Il Progetto ” La Casa dei Libri di Baghdad “

A cura di “Un Ponte per…”

Dall’aprile del 2004 l’associazione Un ponte per… sostiene la Biblioteca Nazionale di Baghdad attraverso il progetto “La Casa dei Libri di Baghdad”, per la salvaguardia del patrimonio librario e culturale iracheno. Grazie alla collaborazione della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze sono state promosse e realizzate molte iniziative per favorire la rinascita delle attività della Biblioteca fortemente danneggata a causa della guerra.
Dal 2004 al 2005 si è avviato un primo progetto per ricreare il catalogo, andato completamente distrutto durante un grave incendio nel 2003, e per ri-arredare completamente le sale di lettura. Dal 2006 sono stati poi organizzati corsi di formazione per il personale di Baghdad presso la BNCF e si è provveduto alla fornitura di equipaggiamento tecnico, alla creazione del primo laboratorio di restauro, rilegatura e microfilmatura, nonché alla creazione e gestione del primo sito internet (arabo e inglese) della Biblioteca. Nel 2008 è stato inoltre avviato il processo di digitalizzazione dei testi al fine di garantirne la sopravvivenza negli anni.
In questo contesto, nel maggio del 2010 Un ponte per… ha ottenuto un finanziamento biennale dall’Unione Europea ed il supporto di UNESCO e delle istituzioni toscane che hanno permesso di portare avanti il progetto investendo maggiormente sulle capacità dei bibliotecari iracheni di gestire e conservare il proprio patrimonio culturale e di poterziarne l’accesso da parte di accademici e del publico iracheno in generale. La BNCF, in quanto partner storico del progetto, ha offerto la sua esperienza per la formazione degli operatori e la sua supervisione tecnica nella pianificazione delle attività e nell’individuazione delle apparecchiature digitali necessarie.
In particolar modo, nel novembre 2010 la BNCF, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, ha ospitato il primo dei quattro workshop internazionali previsti nei due anni del progetto, mettendo a disposizione due formatori e i suoi laboratori digitali. Il seminario, al quale hanno partecipato diversi bibliotecari iracheni, si è incentrato sullo scambio di buone pratiche riguardo alla catalogazione, l’archiviazione e la pubblicazione online di libri e testi attraverso le più avanzate techiche digitali.
I dipendenti della Biblioteca Nazionale di Baghdad formati dalla BNCF sono attualmente impegnati nella formazione di circa 100 esperti provenienti dalle principali biblioteche e università irachene. Questi, istruiti sulle tecniche di gestione elettronica del catalogo e di conservazione, restauro e digitalizzazione dei testi, sono in grado in tal modo di mettere a disposizione di tutte le strutture del Paese le competenze acquisite inizialmente in Italia.
Grazie all’impegno di Un Ponte per… e della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la rete internazionale di supporto alla Biblioteca Nazionale di Baghdad si è in questi anni estesa e rafforzata. Ad oggi, il processo di digitalizzazione dei testi, a partire da quelli più rari e di inestimabile importanza storica, politica e sociale, è stato fortemente migliorato e accelerato, mentre il numero degli accessi alle risorse bibliotecarie da parte del pubblico iracheno ha avuto un notevole incremento.
Tali risultati rappresentano un passo fondamentale per la tutela del patrimonio culturale iracheno e per la conservazione della memoria storica e dell’indentità di un popolo.

11_2 Foto di Ali
Ali Salah AlJaf, un bibliotecario della Biblioteca e Archivio Nazionale di Bagdad

Di seguito un estratto da uno dei racconti vincitori del Premio letterario nazionale “Firenze per le Culture di Pace” dedicato a Tiziano Terzani, IV edizione del 2009, che racconta la storia di Ali Salah AlJaf, bibliotecario dell’INLA, acronimo inglese della Biblioteca e dell’Archivio Nazionale di Bagdad, che ha trascorso, insieme ad altri colleghi iracheni, un periodo di formazione in BNCF.

La storia di Ali, bibliotecario di Bagdad
Daniela Vanzi

Gli egiziani scrivono,
i libanesi pubblicano i libri,
ma sono gli iracheni che li leggono
(vecchio detto della Mesopotamia)
Questo è un racconto in ricordo di Ali Salah AlJaf, un bibliotecario della Biblioteca e Archivio Nazionale di Bagdad, che aveva trascorso un breve ma intenso periodo di formazione di due mesi presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, con altri quattro colleghi iracheni. Ali, il cui nome completo sul passaporto era Ali S. Abdul Qadir, e Nadia Jassim, in quanto programmatori, erano stati inseriti nel Settore Servizi Informatici, un settore ormai decisivo per la vita di qualsiasi biblioteca, piccola o grande che sia: l’obiettivo era costruire l’architettura del catalogo elettronico e la sua futura gestione, e realizzare il primo sito web della Biblioteca di Bagdad. Gli altri tre erano assegnati a un altro settore, anch’esso fondamentale, almeno per le grandi biblioteche di conservazione, ossia al Restauro librario. Il progetto si chiamava La casa dei libri di Bagdad e, dalle fonti raccolte, sembrava davvero interessante: intanto coinvolgeva varie istituzioni locali e nazionali, tra le quali anche la regione Toscana. Poi s’intrecciavano le finalità e i destini di due grandi biblioteche che, con i dovuti distinguo, avevano conosciuto devastazioni notevoli: quella fiorentina, costruita in faccia all’Arno, aveva visto travolgere dal fango, con l’alluvione del novembre 1966, una parte consistente e preziosa del suo patrimonio, in tutto circa un milione di testi tra i quali, oltre al materiale moderno, molti facevano parte delle raccolte storiche della biblioteca. Quella irachena, con i giorni del 10 e 12 aprile 2003, in seguito al poderoso attacco dei carri armati americani, che poi lasciarono, di fatto, la città senza protezione, era diventata una facile preda ai saccheggi selvaggi e alle fiamme. Il suo enorme patrimonio di manoscritti, di libri tra i più antichi e amati al mondo come Le mille e una notte, così come l’Archivio Repubblicano dal 1958 alla caduta di Saddam, decisivo per la memoria storica irachena, aveva subito danni incalcolabili. Entrambe erano e sono luoghi di conservazione della memoria dei rispettivi Paesi e grazie agli aiuti dei volontari, avevano potuto affrontare l’emergenza.
Ali e Nadia erano giovani, entrambi laureati in Computer Sciences, ben affiatati nel loro nuovo percorso e traboccanti curiosità per tutto. Arrivati in Biblioteca agli inizi del 2006, alternavano, da febbraio a marzo, sotto la guida del dirigente e coordinati anche da altri collaboratori, teoria e pratiche informatiche, cimentandosi nella costruzione del loro sito web. Guardavano avanti, Ali e Nadia, consapevoli che dovevano essere in grado, una volta tornati a Bagdad, di essere autonomi nel loro lavoro. […] Ali aveva l’aspetto bonario di un ragazzone, sempre gioviale, brillante e positivo. Oltre al lavoro, i curatori del progetto organizzavano per loro varie escursioni nelle biblioteche toscane e in altri luoghi sparsi nella provincia fiorentina, ricchi di arte, verdi paesaggi e cultura, quindi anche della buona cucina, come ci decanta fin troppo qualsiasi opuscolo sulla Life in Tuscany
Un duro lavoro con obiettivi realizzati, passeggiate fuori porta e lungo l’Arno, che certo per gli iracheni era un torrentello vicino alla potenza del Tigri che bagna Bagdad, lontano appena un chilometro dalla Biblioteca. Nell’incontro ufficiale svoltosi in chiusura del progetto a fine marzo 2006 presso la BNCF, c’era anche molta commozione nel tirare le somme di un progetto così impegnativo: Mazen Asmin, direttore del settore archivistico dell’INLA, dichiarava apertamente la felicità di tutto il gruppo iracheno per aver conosciuto la Toscana della solidarietà, della cultura e della pace, una Toscana che per noi è sorella. E la soddisfazione per le competenze apprese in una biblioteca pubblica a tutt’oggi all’avanguardia sia nel restauro sia nell’informatizzazione. Il gruppo faceva ritorno a Bagdad, portandosi dentro nuove risorse, i colori di Firenze e la nostalgia per un paese che riesce, nonostante i suoi conflitti e paradossi, a vivere in pace. Non dimentichiamo che, a dispetto delle bugie di Bush, dal 2003 l’Iraq era ed è dilaniato da una guerra civile, non ancora finita. Anche Ali era pieno di entusiasmo seppur consapevole della recrudescenza delle violenze che scoppiavano ovunque, come poi hanno riconosciuto anche le fonti ufficiali statunitensi, soprattutto tra 2006 e 2007. Ali tornava all’affetto dei suoi cari, aveva una figlia piccola, un lavoro in cui credeva, progettava e non stava fermo. Questa era, secondo lui, la via migliore per apprezzare la vita, viverla senza stare ad aspettare, anche quando c’è una guerra. E forse questa via si scopre più chiaramente solo quando siamo braccati dalla morte e dalla paura; questo almeno era il senso, delle varie mail scambiate da Ali con il responsabile del CED: ad aprile gli scriveva di problemi tecnici, anche se il catalogo on-line e il sito web dell’INLA erano stati realizzati, ed esistono tuttora, nella versione creata da Ali. A luglio scriveva di essere contento dell’Italia Campione del mondo e un mese dopo gli chiedeva un certificato, che poteva essergli utile per la carriera, della formazione svolta in BNCF. Inoltre una nuova vita germogliava nella sua famiglia.
Alla fine di novembre arrivava una telefonata dal coordinatore centrale del progetto di Un ponte per Bagdad. Non riusciva a parlare dall’emozione. Ali era morto, ammazzato vicino alla sua Biblioteca, martedì 20 novembre mattina, da quattro sicari. Dal diario sull’Iraq di Sa’a Eskander, direttore generale dell’INLA, trascritto ogni giorno dal novembre 2006 al luglio 2007 sul sito della British Library, lei era riuscita a ricostruire quella giornata di morte: Ali era stato ucciso intorno alle undici, dopo aver accompagnato la sorella più giovane all’Università. Tutti quelli che lo avevano conosciuto in Biblioteca non smettevano di piangere. Dalle testimonianze del fratello, Ali era in auto quando d’improvviso un’altra macchina con quattro uomini a bordo gli tagliava la strada. Mentre questi scendevano dall’auto intimandogli di fare altrettanto, Ali capiva, dalle pistole che i quattro impugnavano, che non aveva scampo. Anche se grassottello, era un giovane coraggioso e in buona forma fisica. Velocissimo, passava all’attacco e riusciva ad atterrarne due, ma uno dei sicari gli sparava a una gamba. Stramazzato a terra, era facile finirlo, un uomo solo e disarmato contro quattro pistole: gli sparavano alla testa, al petto e allo stomaco. La strada era molto affollata, raccontava il fratello, ma nessuno si fermava a soccorrerlo, lasciandolo morire dissanguato. L’indifferenza non è un male solo italiano. Avevano scelto proprio lui, chissà se per motivi etnici o religiosi o se rappresentava un simbolo dell’Occidente moderno e corruttore, ma che importanza ha? Ali ha lasciato due figli, una bambina di tre anni e un maschietto di appena sei mesi. Nella giornata in memoria di Ali, organizzata nella Biblioteca fiorentina il 30 gennaio 2007, c’era un collegamento telefonico in diretta proprio con Sa’a Eskander. Mentre il direttore parlava, si sentivano spari, esplosioni, raffiche a cascata. All’improvviso la guerra irrompeva nella quiete e frantumava il ritmo degli interventi previsti, raggelando tutti. Perché la guerra in Iraq continua, e fa schifo, come tutte le guerre.

Aggiornato a Dicembre 2011

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