Un museo immaginato e vero a un tempo

di Carlo Sisi

Il ritratto di Ugo Foscolo
Il ritratto di Ugo Foscolo

Ogni volta che un’istituzione decide di raccontare sé stessa riflettendo sulla propria storia e ricostruendo, di pari passo, i percorsi e i contesti che ne hanno consolidato, nel tempo, l’identità e la funzione, vengono alla luce ‘reperti’ inaspettati che contribuiscono a risolvere questioni in atto o a rivelare approdi ulteriori. E’ capitato, ad esempio, a Palazzo Pitti quando si decise di affiancare all’ organismo storicamente consolidato dei musei la sequenza degli appartamenti monumentali abitati in successione dai Medici, dai Lorena, dai Savoia; e per far questo ci si impegnò a recuperare, inventari alla mano, arredi e oggetti che il gusto purista di stagioni inclementi aveva allontanato dalla reggia con grave danno per la corretta lettura storica ed estetica di quell’importante complesso architettonico, oggi finalmente restituito alla sua originaria fisionomia.
Capita ora alla Biblioteca Nazionale che, nell’intento di rivelare alla città il tracciato di una vicenda illustre iniziata con l’Unità d’Italia, ha avviato il progetto di rendere palesi i ‘capitoli’ che compongono la vita misteriosa ma pulsante di un’istituzione percepita quasi esclusivamente come servizio: il capitolo dedicato al patrimonio artistico ha dato, ad esempio, risultati di notevole interesse grazie al lavoro di ricerca e di catalogazione svolto da Micaela Sambucco che ci consente finalmente di conoscere l’effettiva consistenza di un settore rivelatosi utilmente complementare alla vasta gamma delle collezioni librarie e del quale erano familiari avvisaglie le opere sparse negli ambienti di transito e di consultazione, come pure alcuni dipinti noti per la loro fortuna bibliografica o espositiva. Si fa qui riferimento alla canoviana Letizia Bonaparte, scultura che campeggiava in origine nel salone centrale della villa dei Demidoff a San Donato in Polverosa, dove la documentano gli eleganti acquerelli di Jean Baptiste Fortuné De Fournier (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti); al busto di Antonio Magliabechi, scolpito con spregiudicato naturalismo da Antonio Montauti, e a quello di Francesco Stefano di Lorena eseguito da Giovanni Girolamo Ticciati per la Biblioteca Magliabechiana; al rilievo con la Madonna col Bambino e san Giovannino di Girolamo della Robbia; ai due fronti di cassone quattrocenteschi, raffiguranti il Trionfo di Dario e i Trionfi di Amore, Pudicizia e Morte, tuttora fatti oggetto di questioni attributive. Vanto di questo embrionale percorso museale è tuttavia il ritratto di Ugo Foscolo dipinto da François-Xavier Fabre, parafrasi figurativa del celebre autoritratto poetico ed apice dell’attività dell’artista francese, legato al milieu alfieriano e alla Firenze del grand tour che faceva capo al salotto della contessa d’Albany; opera, dunque, fra le altre la più consona a rappresentare le possibili e feconde affinità fra le arti figurative e l’universo della biblioteca.
Da quest’ultimo sono appunto emersi i sedimenti che nel tempo si sono aggregati alle collezioni librarie e che nell’occasione si presentano alla città come prima traccia di un percorso museale permanente, ancora fragile per gli evidenti problemi di conservazione e per le incertezze attributive ma già fermamente consolidato dalla volontà di consegnarlo al novero dei ‘tesori’ collezionistici fiorentini. Una preliminare diagnosi allegata alla fase inventariale ha intanto individuato un nucleo di opere seicentesche collocabile fra Firenze e Roma – l’Incoronazione della Vergine di Francesco Curradi e il David coinvolgente per empito di Giovan Francesco Susini; una Madonna col Bambino e un

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Amorino in ghirlanda di fiori (ambito di Carlo Maratta)

Erote entro ghirlanda di fiori assai vicini allo stile di Carlo Maratta – ; un bel ritratto di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, riconducibile a quelli ufficiali distribuiti nelle sedi rappresentative del granducato; alcune rarità ottocentesche, quali il vivace modello in gesso della testa di Dante modellata da Enrico Pazzi per il monumento di piazza Santa Croce; un ritratto di Vittoria Colonna, singolarmente giovane e seducente come una creatura preraffaellita; il busto in terracotta di Giosuè Carducci “eseguito dal vero” da Paolo Testi nel 1899 attenendosi alle licenze naturaliste di quegli anni di fine secolo. Si è inoltre formata una galleria di ritratti, quasi una gioviana di esclusiva celebrazione letteraria, che allinea le effigi di Petrarca, di Jacopo Sannazzaro, di Jacopo Passavanti, di Francesco da Diacceto, di Vincenzio Borghini le quali ben dialogano con il ricordato busto di Magliabechi, di cui si conserva tra l’altro un icastico ritratto su tela donato alla Biblioteca nel 1741, che costituisce un importante e poco noto tassello all’iconografia post mortem del celebre bibliotecario mediceo. L’approdo al Novecento, sempre nell’ambito dell’iconografia degli ‘illustri’, è infine rappresentato dal ritratto di Luigi Dallapiccola di Guido Peyron, dipinto nella temperie intimista e insieme internazionale dell’arte fra le due guerre in Toscana, che scegliamo a suggello del percorso di un museo per ora ideale ma pronto a debuttare nel segno di un non convenzionale dialogo fra il linguaggio delle forme e gli infiniti traslati della scrittura.