Fonti storici e tipologia delle collocazioni

Di Gianna Del Bono e Maria Mannelli Goggioli

 

PARTE PRIMA
Dalla fondazione della Magliabechiana all’unione con la Biblioteca Palatina (1747-1861)

Di Maria Mannelli Goggioli

Nel 1747, all’apertura, la biblioteca era sistemata in un unico grande salone, che serviva contemporaneamente da magazzino librario e da sala di lettura, più alcune piccole stanze intorno utilizzate per sistemare materiale particolare come manoscritti, incunaboli, libri di formato extra grande. La scaffalatura di legno alle pareti, disegnata da Giovan Battista Foggini, con ballatoio al  di sopra, poteva contenere  circa 50.000 libri. La tav. 1 riproduce il salone in una foto novecentesca.

Attualmente questi locali, da poco restaurati, accolgono la biblioteca degli Uffizi, detta anche, impropriamente, biblioteca Magliabechiana; con l’antica Magliabechiana  non ha niente in comune quanto a patrimonio librario ma è ospitata nello stesso salone, rimasto immutato come struttura architettonica; anche la scaffalatura è quella originale, mentre gli arredi, tavoli e sedie, sono moderni ma nello stile del tempo. Si tratta di una tipologia architettonica consueta per le biblioteche del tempo; simile ad esempio, la struttura del salone della biblioteca Marucelliana, anch’essa inaugurata alla metà del XVIII sec. (1752), che ha conservato inalterato l’aspetto e funzione per cui fu costruito.

La mancata separazione tra sala di lettura e magazzino librario, caratteristica ereditata dai secoli precedenti, sopravvive per tutto il Settecento, costituendo la differenza fondamentale tra le biblioteche moderne e antiche per quanto attiene l’architettura bibliotecaria. Questo comporta che i libri erano sotto gli occhi dei lettori, pur chiusi negli scaffali, per cui risultava importante il criterio con cui questi erano disposti, che in genere rispondeva ad una logica classificatoria, caratteristica del secolo dei lumi. L’originaria sistemazione nel salone magliabechiano rispondeva ad un preciso disegno tracciato dal medico Antonio Cocchi, di questo incaricato dal granduca Gian Gastone nel 1736 dopo che Anton Francesco Marmi, scelto da Antonio Magliabechi come suo primo bibliotecario, nei 20 anni e più precedenti non ci era riuscito. Cocchi ideò una classificazione in 40 classi, in base alle quali furono compilati dal bibliotecario Giovanni Targioni Tozzetti i cataloghi e sistemati i libri negli scaffali.

Questo l’elenco delle classi:

  • I.                   Grammatiche e lessici di lingua latina
  • II.                                                 di lingua greca
  • III.                                              di lingue orientali
  • IV.                                               di lingue moderne
  • V.                Logica, metafisica, mnemonica
  • VI.             Oratori, oratoria, dialoghi, novelle
  • VII.          Poeti e poetica
  • VIII.       Critica, lettere e miscellanea
  • IX.             Istoria letteraria e giornali
  • X.                Biblioteche e cataloghi
  • XI.             Matematica
  • XII.          Fisica e filosofia naturale
  • XIII.       Geografia e viaggi
  • XIV.       Istoria naturale
  • XV.          Medicina, chirurgia, anatomia, mascalcia
  • XVI.       Chimica
  • XVII.    Architettura, pittura e macchine
  • XVIII.Stampe
  • XIX.       Arti diverse
  • XX.          Mataelogia, cioè arti vane, astrologia, geomanzia, chiromanzia ecc.
  • XXI.       Filosofia morale e scienza cavalleresca
  • XXII.    Cronologia, arte istorica, istoria universale
  • XXIII.Istoria antica, orientale, greca, romana e di tutti i popoli fino al secolo VI
  • XXIV.Istoria universale e particolare de’ mezzi tempi e moderna di tutti i popoli fuori d’Italia dal sec. VI fino al presente
  • XXV.    Istoria particolare d’Italia e delle città di essa dal secolo VI fino al presente
  • XXVI.Genealogie ed armi
  • XXVII.                     Feste, funerali, nozze
  • XXVIII.                  Antiquaria
  • XXIX.Ius civile, atti, e processi civili e criminali
  • XXX.    Ius pubblico, politica
  • XXXI.Legge canonica e disciplina ecclesiastica
  • XXXII.                     Concili, sinodi, bolle, costituzioni
  • XXXIII.                  Teologia morale, casi di coscienza
  • XXXIV.                  Scolastica, dogmatica, polemica e naturale
  • XXXV.                     Prediche, ascetica e arte concionatoria
  • XXXVI.                  Liturgie
  • XXXVII.               Istoria ecclesiastica e antichità ecclesiastica, geografia e chorografia sacra
  • XXXVIII.            Atti de’ santi
  • XXXIX.                  Santi Padri
  • XL.           Bibbia e parti di essa, ed interpetri

(cfr. Maria Mannelli Goggioli, La Biblioteca Magliabechiana. Firenze, Olschki, 2000).

 Secondo la visione scientifica che Cocchi aveva della biblioteca questa, anche come luogo fisico, doveva rappresentare un percorso progressivo di conoscenza, per cui i libri erano disposti secondo una scala classificatoria. Questa esigenza doveva però essere conciliata con quella molto più concreta del risparmio di spazio e del senso dell’ordine, per cui era prassi comune nelle biblioteche conciliare la sistemazione per materie con quella per formato, secondo vari metodi e combinazioni. Ora, tenuto presente che i palchetti della scaffalatura magliabechiana erano 17 e di altezza crescente verso l’alto, Cocchi divise i libri per formato, assegnando a ciascuno di essi il palchetto più adatto, disponendoli  poi nel palchetto seguendo la progressione delle classi, e all’interno di ogni classe in ordine alfabetico di autore. La collocazione cioè si componeva di un numero arabo che indicava il palchetto, un numero romano che indicava la classe, e dall’abbreviazione del cognome dell’autore. Questi elementi venivano scritti sul dorso e nei fogli di guardia, come pure sul catalogo, e si leggono ancora adesso sui libri magliabechiani che hanno conservato la legatura originaria. Tav. 2 e 3.

Tavole I -  II -  IIIl
Tavole I – II – IIIl

Va detto che i libri non erano direttamente accessibili dai lettori ma dovevano essere richiesti dopo la ricerca sul catalogo eseguita dal bibliotecario, e prelevati dal custode con richiesta fatta a voce; solo più tardi verrà nell’uso di farla per scritto. Una volta restituiti, erano messi a posto immediatamente dal custode.

 Particolare cautela era richiesta per la lettura dei libri “proibiti”, cioè messi all’indice dalla Chiesa: questi erano nella Magliabechiana segnalati con un particolare simbolo, una croce iscritta in un rombo, disegnata con inchiostro rosso sul dorso e sui fogli di guardia; la lettura era consentita solo a chi possedeva, ed esibiva al custode, l’autorizzazione rilasciata dalla Congregazione dell’Indice.

Tav. 4.

Tavola IV e V
Tavola IV e V

 

La divisione dei libri in classi e la segnatura che ad essa faceva riferimento, era comune a quel tempo. Anche nella Marucelliana, il sistema di collocazione era molto simile: gli scaffali del salone erano divisi per classi, espresse con una lettera alfabetica posta in alto su di un cartello, e i palchetti, di altezza decrescente verso l’alto, indicati con un numero arabo.

Si tratta di una collocazione-classificazione, un’espressione cioè che contemporaneamente indica il luogo fisico e quello mentale.

E’ curioso notare che il bibliotecario Targioni, che tanto aveva lavorato per sistemare la Magliabechiana, adottò  lo stesso sistema per la sua biblioteca di casa: il bibliotecario, che era anche medico e naturalista, la divise in classi, espresse in numeri romani, poi attribuì un altro numero che indicava il palchetto e l’abbreviazione del cognome dell’autore. Sistema chiaramente derivato dal magliabechiano ma con un numero limitato di classi, solo 6,  perché la sua raccolta non conteneva tutte le materie ma solo quelle utili alla sua professione. Lo vediamo ancora sui cartellini della sua raccolta, finita qui in Nazionale, ma non nel fondo magliabechiano bensì in quello palatino, perché molti anni dopo la sua morte un suo bisnipote vendette al granduca Leopoldo II la biblioteca della famiglia, che era rimasta in casa e era stato arricchita dai discendenti di Giovanni, tutti famosi scienziati.

La biblioteca di Antonio Magliabechi si componeva di circa 30.000 volumi; sono identificabili adesso nel fondo Magliabechiano? Purtroppo no, perché non furono contrassegnati da nessun timbro o ex libris che ricordasse il proprietario e perché non esiste nessun catalogo che descriva esclusivamente i libri del Magliabechi. Il catalogo che fu compilato dal Targioni al momento dell’apertura contiene sì i libri del Magliabechi, ma anche quelli del Marmi, circa 10.000 volumi riconoscibili da un ex libris (tav. 4), oltre alle immissioni successive, poiché il catalogo restò in vigore fino al 1820 circa.

Tuttavia non è completamente esatto affermare che non si riscontrano tracce di possesso del Magliabechi: sporadicamente si trova sui libri magliabechiani la nota Ex libris eruditissimi viri Antonii Magl. Tav. 5. Ma sono quei libri di materie legali che furono lasciati dal Magliabechi nel suo testamento in uso al nipote Lorenzo Comparini, avvocato, e che li restituì in seguito; appartengono infatti tutti alla classe XXIX, Ius civile, atti e processi civili e criminali. E’ una nota che chiaramente fu apposta al momento che i libri furono presi dal Comparini perché non ci fossero dubbi che dovevano rientrare in biblioteca. 

Al momento dell’apertura, fu invece apposto un timbro di possesso della Magliabechiana: si tratta dell’iris, fiore simbolo di Firenze, e tutt’intorno la scritta “Publ. Florentinae Biblioth.” Tav. 6.                                          

Il sistema della Magliabechiana divenne confuso ed inutile quando lo spazio del salone non bastò più e si aggiunsero via via altre stanze adiacenti o i locali vicini; infatti la collocazione per materie era stata pensata per la sistemazione in un unico locale, che riuscì ben presto insufficiente.

Per la verità, sarebbe stato difficile prevedere  che la biblioteca nei cinquant’anni seguenti la sua apertura si sarebbe così straordinariamente ampliata con gli acquisti o doni che si verificarono, dovuti in gran parte alla generosità e alla politica culturale dei granduchi lorenesi: ai libri del Magliabechi e del Marmi si aggiunsero le raccolte Gaddi (1755),  Biscioni (1756), la biblioteca Palatina mediceo-lotaringia (1771), costituita dai libri lasciati a Palazzo Pitti dai Medici ai quali si erano uniti nel 1737 quelli portati dalla Lorena dai nuovi sovrani.

Queste aggiunte furono sistemate secondo la classificazione del Cocchi mescolate ai volumi precedenti, tranne la raccolta Palatina, unita per volontà del granduca alla biblioteca pubblica ma  tenuta separata per riguardo al dono principesco in 5 stanze contigue al salone, arredate con i preziosi scaffali dorati e intagliati provenienti anch’essi dalla biblioteca di Palazzo Pitti (che poi, con il trasferimento della Biblioteca Nazionale nella nuova sede di piazza Cavalleggeri,  passeranno alla Marucelliana, dove attualmente si trovano, riadattate per la Sala di Consultazione). In quell’occasione, a memento della generosità del sovrano, arrivò nella Magliabechiana anche un ritratto di Pietro Leopoldo, che adesso si trova nella Sala della Direzione.

I libri palatini furono anch’essi divisi nelle 40 classi, descritti dal Targioni in un catalogo classificato e sistemati negli scaffali per ordine di classi ma furono anche contrassegnati con una numero corrente ed univoco, segnato su di un cartellino di cartapecora sporgente dal libro, una sorta di numero d’inventario (è la prima volta che appare), utile per individuarli esattamente.

Per questi libri la collocazione non è più quella usuale magliabechiana costituita dal numero della classe, ma indica solo il luogo fisico: la segnatura è composta da una lettera alfabetica, anche ripetuta più volte (indica forse lo scaffale), un numero arabo (forse il palchetto), e un altro numero, che è quello sul cartellino, identificativo del volume. Evidentemente già a questa data si preferì usare un sistema di collocazione più semplice.

Interessante sui libri palatini sono i timbri che indicano la loro provenienza e distinguono il nucleo mediceo da quello lotaringio. I timbri sono di tre tipi.

Il primo timbro porta uno stemma ovale, con al centro uno scudo con le palle medicee e gli alerioni lorenesi, sormontato dalla corona granducale e da quella imperiale; è presente anche l’aquila bicipite asburgica, che tiene nelle zampe lo scettro e la spada. Lo scudo è fregiato dall’Ordine di S. Stefano e da quello del Toson d’oro. Tutt’intorno appare la legenda Bibl. Caes. Med. Palat.   Il timbro contraddistingue il nucleo mediceo; le due corone, che rappresentano il titolo granducale e quello imperiale, sottolineato anche dall’aggettivo “cesareo”, indicano che è stato in uso nel periodo 1745-1765, durante il quale Francesco Stefano di Lorena, marito dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, fu contemporaneamente granduca di Toscana e imperatore del Sacro Romano Impero. Tav. 7/1.

Il secondo timbro porta lo stesso stemma, e la scritta Bibl. Caes. Loth. Palat.,  che indica la provenienza lorenese; il suo periodo di validità è lo stesso del precedente. Tav. 7/2.

Il terzo timbro ha una forma diversa, sagomata, ed è sormontato dalla sola corona granducale, con la legenda Bibl. Austriacae Floren. Palat.; è stato usato dal 1765, quando alla morte dell’imperatore, la corona imperiale, assegnata al primogenito, si divise da quella granducale e sul trono di Toscana arrivò il secondogenito di Francesco Stefano, Pietro Leopoldo (Tav. 8).

Da notare che sui libri palatini non fu mai apposto il timbro con l’iris magliabechiano. (Sull’unione della Palatina alla Magliabechiana, Cfr. M. Mannelli Goggioli, La biblioteca palatina Mediceo Lotaringia e il suo catalogo, in “Culture del testo”, 3, sett.-dic. 1995, pp. 135-159).

Nel 1783 inizia il grande processo di soppressione dei conventi, voluto da Pietro Leopoldo, che avrà anche fasi successive, in epoca napoleonica e poi con l’unità d’Italia. Giunsero in biblioteca una gran massa di volumi, che conservano ancor oggi segni della loro provenienza testimoniata dai timbri di appartenenza ai vari enti religiosi, mentre neppure su di essi fu apposto il timbro magliabechiano. Tavv. 9-12.

Altri locali disordinatamente si aggiungono alla biblioteca Magliabechiana; il salone originario conservò sempre la sua funzione di sala di lettura e le scaffalature credo abbiano contenuto sempre gli stessi libri che vi erano stati sistemati all’inizio ma i magazzini si espandono sempre più.

Il bibliotecario Follini, che resse la Magliabechiana per i primi 40 anni dell’800, si scontrò con la confusa aggregazione di stanze e di fondi, e teorizzò nel suo volume  Della costruzione e del regolamento di una pubblica universale biblioteca (Firenze, G. Ricci, 1816), una nuova organizzazione, dove per la prima volta si auspicava un edificio in cui i locali dei magazzini fossero separati dalla sala di lettura,  i libri sistemati secondo il formato, e la collocazione indicasse semplicemente la stanza, lo scaffale e il palchetto dove si trovava il libro. Sembra anche che abbia applicato questo nuovo criterio su di un piccolo nucleo di libri, dove troviamo realizzato praticamente il sistema di collocazione teorizzato sul trattato. Nell’esempio qui riprodotto vediamo la precedente indicazione della classe e dell’autore cancellata, e scritta la nuova collocazione. Tav. 13.  Ma si trattò comunque di un tentativo che non lasciò grande traccia.

Chi  realizzò interamente una nuova sistemazione fu invece Giuseppe Molini, bibliografo e libraio,  bibliotecario palatino dal 1827 al 1834, che fu incaricato dal granduca Leopoldo II negli anni 1844-47 di presiedere una commissione incaricata di riorganizzare le biblioteche fiorentine, da sempre alle prese con gli spazi e i soldi che non erano sufficienti. L’idea del Molini fu quella di realizzare un’unica grande biblioteca (indicativamente la Laurenziana), in cui confluissero, oltre i codici, gli incunaboli, i libri rari e le grandi opere di erudizione; le altre biblioteche si sarebbero caratterizzate dalla specializzazione in alcune materie (ad es. nella Magliabechiana potevano essere raggruppati i libri di giurisprudenza vista la vicinanza col tribunale) e i libri dei vari istituti spostati nella biblioteca di competenza a seconda dell’argomento; i doppi dovevano essere venduti e con i proventi comprati libri nuovi e aggiornati (cfr. G. Molini, Progetto di riordinamento per le pubbliche librerie di Firenze, Firenze, Benelli, 1848; D. Fava, Un progetto di riforma delle biblioteche pubbliche. Giuseppe Molini e la Magliabechiana, “Accademie e biblioteche d’Italia” 9, 1935, pp. 475-488).

Il bibliotecario aveva iniziato confrontando i libri magliabechiani con parte dei riccardiani che erano stati trasportati nella Magliabechiana; il gran numero di doppi riscontrati, di cui fu pubblicato il catalogo (1855), furono poi venduti.

L’opera di riunificazione non fu realizzata, malgrado l’appoggio del Granduca, per l’opposizione cittadina. I libri riccardiani furono restituiti, i magliabechiani venduti rientrarono ma solo in parte.

Molini dette comunque una nuova collocazione a tutti i libri magliabechiani: li lasciò al loro posto, ma indicò la segnatura – sui fogli di guardia con una matita a sanguigna – con un numero arabo che indicava la stanza, una lettera dell’alfabeto che indicava lo scaffale, un numero arabo che indicava il palchetto. Anche i libri del fondo palatino mediceo-lotaringio ricevettero la nuova segnatura. Tav. 14.  Doveva esserci un ultimo numero per indicare il libro nel palchetto, ma si aspettò il riordino degli scaffali dopo che fossero stati venduti i magliabechiani doppi, il che non avvenne. Come pure Molini non riuscì a far pubblicare il nuovo catalogo della biblioteca, che aveva compilato poiché il precedente, che risaliva al Targioni, era ormai inservibile. Molini aveva preparato 63.000 piccole schede, ordinate alfabeticamente, che dovevano essere copiate per la pubblicazione, ma l’opposizione del bibliotecario della Magliabechiana, Gelli, fece fallire il progetto.

Anni dopo, fu il bibliotecario Sacconi a portare a termine il processo di riorganizzazione iniziato dal Molini; fu aggiunto il numero finale della collocazione e fu compilato il catalogo negli anni 1860-64 in 32 vv. manoscritti  per ordine alfabetico di autori sulla base delle schede del Molini.

La collocazione Sacconi, che è poi quella attuale dei magliabechiani, aggiunge a quella del Molini il numero finale del libro, eliminando la lettera alfabetica indicante lo scaffale che non occorreva più perché era dato un unico numero al palchetto che girava tutt’intorno la stanza, senza indicare lo scaffale. Un po’ come aveva fatto Cocchi, divisione ideale del magazzino in file orizzontali. Tav. 14.

 

Differenze quindi tra Settecento e Ottocento: il sistema classificatorio si abbandona perché si assiste ad una divisione tra gli spazi consentiti ai lettori e i magazzini che contengono i libri e viene meno l’esigenza di sistemare assieme i libri che trattano lo stesso argomento.

Inoltre, la scomparsa del sistema per classi è dovuta anche all’allentarsi della fiducia di poter dominare tutto lo scibile classificandolo. Progressi nella scienza, invenzioni, nuove materie che si moltiplicano, enorme aumento della produzione a stampa: quante classi, sottoclassi, suddivisioni…sarebbero occorse?

 

E’ importante sapere che i cataloghi del fondo magliabechiano, di cui abbiamo parlato, sono ancora esistenti in biblioteca, malgrado che per anni siano stati dati per perduti; in effetti il loro riconoscimento non è stato semplice perché sono stati colpiti dall’alluvione dato che si trovavano in sala cataloghi e nell’ufficio informazioni. Distrutta la legatura, sono stati confusi fra di loro e solo recentemente identificati, restaurati e collocati nel magazzino manoscritti. Una fotocopia dei 32 volumi del catalogo Sacconi si trova in sala cataloghi. La fotocopia delle piccole schede Molini costituisce ancora adesso il catalogo magliabechiano a schede. 

 

Analoga evoluzione nei criteri di sistemazione dei libri ha avuto la biblioteca Palatina, l’altro grande fondo storico della BNCF. Dopo che la prima Palatina era stata donata alla Magliabechiana da Pietro Leopoldo nel 1771, nelle stanze di Palazzo Pitti si era andata ricostituendo la biblioteca di corte. Innanzitutto formata dai volumi che componevano la biblioteca privata del granduca e di sua moglie Maria Luisa di Borbone. Questa raccolta è identificabile, all’interno del fondo palatino, dai timbri di possesso apposti sul frontespizio, consistenti nelle sole iniziali dei loro nomi, “P.L.” e “M.L.”, sormontati da una corona e racchiusi da una fascia ovale puntinata, elegantissimi nella loro semplicità. Tavv. 15 e 16. Oltre ai suddetti timbri è presente spesso anche il monogramma del figlio Ferdinando, “FAGDT” (che si può forse interpretare come “Ferdinando d’Asburgo granduca di Toscana”), a cui passò la raccolta dei genitori. Tav. 16. La formazione della biblioteca Palatina nella sua vasta consistenza e nella sua rarità si deve soprattutto a lui, appassionato bibliofilo, che la raccolse sia a Firenze sia durante il suo esilio in Germania, e che dopo la restaurazione riportò a Firenze.

 Il figlio Leopoldo II, ultimo granduca, continuò ad incrementarla, seguendo le orme del padre, per cui, quando con l’annessione della Toscana al Regno d’Italia la raccolta fu unita alla Magliabechiana, era composta da circa 80.000 volumi a stampa e più di 3.000 mss.

Se per la Magliabechiana il timbro di possesso rappresenta il giglio di Firenze, sui libri palatini fu impresso negli anni 1827-1849 un timbro a secco che disegna una civetta, animale simbolo della sapienza. Tav. 17. Poi, dal 1850 al 1859, fu usato un nuovo timbro, ad olio, apposto sull’ultima pagina del libro, a volte in inchiostro azzurro, con la legenda “I. e R. Biblioteca palatina”, che riprende le insegne della casa granducale. Tav. 18.

Un altro timbro  fu apposto sui libri palatini nel 1872, relativo ad una revisione effettuata in quell’anno, quando la Palatina si era già aggiunta alla Magliabechiana e la biblioteca aveva già assunto la denominazione di Nazionale: il timbro rotondo sormontato da corona porta la legenda “Biblioteca Nazionale Firenze 1872”. Tav. 17.

 

Anche per la biblioteca Palatina la prima sistemazione fu in base ad una classificazione che servì da collocazione, come nella Magliabechiana. Le classi in cui furono divisi i libri sono espresse con un sistema di abbreviazioni, inizialmente in lingua tedesca, presumibilmente perché quella era la lingua della corte, di ascendenza asburgica, più tardi tradotte in italiano. Anche qui, dopo la classe segue l’indicazione del formato: f=folio, o=ottavo, q=quarto, e un numero a correre che identifica il libro.

Quindi, un sistema che unisce classificazione e collocazione per formato, come per la Magliabechiana, anche se realizzato con altri simboli. Tav.19.

Ecco l’elenco delle classi espresse in tedesco (a sinistra la sigla, che si ritrova sui fogli di guardia dei libri; a destra l’interpretazione):

 

1.      Alk = Altertumskunde

2.      Ch = Chemie

3.       E = Scriptores Ecclesiastici

4.      Hhw = Historische Hilfswissenschaften

5.      J.P.= Jus Publicum

6.      K = Kunstlichkeit

7.      Kg = Kirchengeschichte

8.      Kw = Kriegswissenschaft

9.      L = Lexica

10.  Lg = Literaturgeschichte

11.  Lw =Landwirtschaft

12.  M = Medizin

13.  Ms = Manuscripti

14.  Pg = Profangeschichte

15.  Ph = Philosophie

16.  Polic Cam = Policia Cameralis

17.  Uvc = Ubersetzungen von Classikern

18.  Polit = Politik

19.  Rkd = Rhetorische Kunst: Deutsch

20.  Rkf = Rhetorische Kunst: Franzosisch

21.  Rki = Rhetorische Kunst: Italienisch

22.  Rka = Rhetorische Kunst: andere Sprache

23.  Stat = Statistik

24.  T = Technologie

25.  Th = Theologie

26.  Vs = Vermischte Schriften

(Cfr. Marielisa Rossi, Bibliofilia, bibliografia e biblioteconomia alla corte dei granduchi di Toscana Ferdinando III e Leopoldo II, Manziana, vecchiarelli, 1996,  p. 23).

 Il catalogo che descrive la raccolta esiste in due versioni, una per classi  e l’altra in ordine alfabetico per autori; non si conosce esattamente la data di compilazione ma sembrano essere stato usati non oltre il 1826. Sono conservati nel magazzino manoscritti.

Nell’Ottocento inoltrato, la classificazione, ormai tradotta in italiano, risulta essere la seguente:

  • 1.      Agr = Agricoltura
  • 2.      Ant = Antichità
  • 3.      A. Milit. = Arte militare
  • 4.      A. M. = Arti e mestieri
  • 5.      B. A. = Belle arti
  • 6.      Ch = Chimica
  • 7.      Cl. G. L. = Classici greco- latini
  • 8.      Diz = Dizionari
  • 9.      Dram = Drammaturgia
  • 10.  Ed. XV = Edizioni del sec. XV
  • 11.  Educ = Educazione
  • 12.  Elzev = Elzeviri
  • 13.  Epistol = Epistolografia
  • 14.  Filol = Filologia
  • 15.  Filos = Filosofia
  • 16.  G = Geografia
  • 17.  Gin = Ginnastica e giochi
  • 18.  Giur = Giurisprudenza
  • 19.  Let = Letteratura
  • 20.  M = Medicina
  • 21.  Num = Numismatica
  • 22.  Poes = Poesia
  • 23.  Polit = Politica
  • 24.  Rom = Romanzi
  • 25.  S. E. = Storia ecclesiastica
  • 26.  S. N. = Scienze naturali
  • 27.  S. P. = Storia profana
  • 28.  SS. PP. = Santi Padri
  • 29.  Stat = Statistica
  • 30.  Teol = Teologia
  • 31.  T. S. I. II. III. = Testi di lingua, Serie I, II, III

(da Rossi, p. 157)

 Viene compilato un nuovo catalogo, anche questo nelle due versioni, sistematico e alfabetico. Mentre del primo sono sopravvissute solo tre classi, Belle arti, Storia naturale, Geografia e viaggi (ora conservati nel magazzino manoscritti), dell’alfabetico si conoscono due copie: una in Archivio di Stato, l’altra in BNCF (ora presso l’ufficio Restauro).

In seguito, verso la metà dell’800, con il bibliotecario Francesco Palermo si verifica lo stesso fenomeno già visto per la Magliabechiana, cioè l’adozione di un sistema di collocazione che esprime solo il luogo fisico dove i libri si trovano, realizzato per la Palatina con un insieme di numeri e lettere che indicano la stanza, lo scaffale, il palchetto, il libro. Tav. 19.
Le stanze erano originariamente 22, corrispondenti alle piccole stanze del mezzanino del II piano nell’ala destra di Palazzo Pitti dove Ferdinando aveva sistemato la biblioteca, poi se ne aggiunsero altre fino a superare le 30. Erano stanze piccole, basse, che servivano egregiamente a collocare i libri con scaffali ad altezza d’uomo per cui non necessitavano scale.
Nella collocazione, le stanze potevano indicate da numeri arabi, ma anche da lettere dell’alfabeto, dalla A alla F; al secondo posto può esserci una B che indica i banchi collocati in mezzo alle stanze. Per cui la tipologia delle collocazioni palatine ricalca questo schema: al primo posto un numero o una lettera che indica la stanza: 1, 2, 3.. oppure A, B, C…; poi un numero arabo (oppure una B) per lo scaffale: 1.1… oppure 1.B, 2.B oppure A.B, B.B., C.B. … Poi numero arabo per il palchetto, numero arabo per il libro. Comunque non tutto è chiaro, ci sono delle combinazioni di lettere e numeri che non si spiegano esattamente con questo schema.
Ma se la collocazione palatina indica solo il luogo fisico, questo non impedisce al Palermo di sistemare i libri nelle stanze secondo una divisione per classi da lui ideata;  in ogni stanza erano contenuti i libri di un determinato argomento e lo schema è stato ricostruito:

  •  A: Riviste
  • B: Riviste
  • C: Storia Patria
  • D: Classici latini
  • E: Classici greci
  • F: Letteratura orientale
  • A2: Religione
  • 1: Enciclopedie e bibliografia
  • 2: Letteratura italiana
  • 3: Letteratura francese, inglese ecc.
  • 4: Storia
  • 5: Come sopra
  • 6: Storia naturale
  • 7: Antiquaria
  • ?: Filosofia
  • 8: Agricoltura-Matematica-Storia militare
  • 9: Geografia e viaggi
  • 10: Belle arti
  • 11: Letteratura
  • [12 manca]
  • 13: Giornali
  • 14: Come sopra
  • 15: Come sopra
  • 16: Come sopra
  • 17: Letteratura francese
  • 18: Come sopra
  • 19: Storia
  • 20: Politica e giurisprudenza

(Rossi, p. 184)

Nel 1861 la raccolta fu trasportata nella Magliabechiana, che in quell’occasione cambiò nome in Biblioteca Nazionale. Conservati in magazzini separati dai magliabechiani, ai libri palatini fu lasciata per semplicità la loro precedente segnatura, anche se non aveva più nessuna corrispondenza con le stanze e gli scaffali in cui fu sistemata.

Stessa sorte comunque ebbe la Magliabechiana una volta trasportata qui nella nuova sede: i simboli che indicano la collocazione non coincidono più con le stanze e gli scaffali in cui erano originariamente collocati, ma costituiscono solo una sequenza di numeri.

Ma a chi sa osservare la serie dei libri nei magazzini alla luce di queste note storiche non sfugge che pure adesso, dopo tanti anni e tanti spostamenti, le due raccolte conservano entrambe indelebili tracce del loro primitivo ordinamento: sia per i magliabechiani che per i palatini la collocazione attuale non ha cancellato del tutto il precedente ordinamento per materie, poiché ancora si trovano raggruppati in blocchi compatti libri che trattano dello stesso argomento.

 

mannelli4
Tavola VIII e IX

mannelli5
Tavole X e XI

 

 

 

 

 

 

 

Tavole XII XIII
Tavole XII, XIII e XIV
Tavole XV, XVI e XVII

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tavola XX

 

 

 

 

 

 

Tavv. 18 e 19
Tavv. 18 e 19

 

PARTE SECONDA
Dall’unita’ d’Italia ad oggi

di Gianna del Bono

Fare la storia della gestione delle collezioni, cioè delle modalità con cui le raccolte, comunque acquisite, sono state sottoposte alle procedure biblioteconomiche, prima fra le quali la collocazione, è per tutte le biblioteche una cosa abbastanza ardua, perché spesso tali procedure non sono mai state formalizzate e costituiscono quella che viene comunemente definita memoria storica. Ricostruire la storia della gestione delle collezioni all’interno della BNCF dall’Unità ad oggi  è ancora più complesso, dal momento che manca una delle fonti primarie per un lavoro del genere, ovvero l’archivio della biblioteca stessa, che non è consultabile, in quanto danneggiato dall’alluvione, e non ancora risistemato adeguatamente.

Possiamo, comunque, utilizzare alcune fonti alternative, che se non sono in grado di risolvere tutti i dubbi  o di rispondere a tutte le domande, possono comunque fornire una traccia.

La prima di queste fonti è la relazione redatta e inviata al Ministero nel 1883 da Torello Sacconi, in quel momento prefetto della BNCF. (Torello Sacconi, La Biblioteca Nazionale in Firenze. Relazione generale a 31 dicembre 1883, BNCF, Archivio 5. Storia e ordinamento. 1883. 50-51).

 Il documento,  conservato presso la Sezione Manoscritti e Rari, è sicuramente di straordinaria importanza, non solo perché ci fornisce un’immagine presumibilmente attendibile della biblioteca a quella data, ma ricostruisce anche tutta l’evoluzione dell’istituto dalla apertura al pubblico in poi. Come tutte le fonti deve comunque essere utilizzata con prudenza, soprattutto perché l’estensore è un personaggio particolare. In servizio da moltissimi anni, per ben due volte aveva diretto ad interim la biblioteca, dopo Atto Vannucci, nel 1862 e dopo la morte del Canestrini, nel 1871. In entrambi i casi si era visto preferire un altro per questo incarico prestigioso e aveva dovuto attendere il 1877 per essere finalmente nominato prefetto, dopo la morte del Passerini. È normale, quindi, che tenda a dare spazio alle innovazioni o alle soluzioni da lui proposte, piuttosto che ad altri elementi.

Fra le fonti edite ci sono soprattutto due lavori legati al nome di Domenico Fava, direttore della BNCF dal 1933 al 1936 (Domenico Fava, La biblioteca nazionale e le sue insigni raccolte, Milano, Hoepli, 1939 e Il trasporto e la sistemazione della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze nella nuova sede, luglio-ottobre 1935, Firenze, Tip. Il Cenacolo 1936).

Si tratta dell’unica ricostruzione complessiva della storia dell’istituto di cui disponiamo e della relazione che Fava redasse e pubblicò per documentare un momento significativo della storia della biblioteca: il trasferimento da vecchi locali degli Uffizi alla sede attuale, l’edifico che per la prima volta in Italia era stato progettato e costruito appositamente per una biblioteca.

Il primo dei due lavori citati non offre molti elementi: fondato essenzialmente sulla relazione del Sacconi, citata prima, ha un taglio celebrativo, attento alla elencazione delle acquisizioni più preziose e più famose. Molto più utile si dimostra, invece, il secondo se non altro perché ci fornisce un quadro della situazione delle raccolte alla vigilia del trasferimento, consentendoci di valutare, per differenza, rispetto alla testimonianza di fine Ottocento i cambiamenti intercorsi.

Altri lavori di carattere storico, come quelli di Clementina Rotondi poco ci aiutano su questo terreno, perché puntano ad illustrare particolari momenti delle vicende della BNCF, a ricostruire quindi la storia esterna, piuttosto che a indagare le procedure di servizio e di gestione.

Per l’ultimo ventennio del XIX secolo è possibile avere qualche informazione, anche se frammentaria, dalle carte di Desiderio Chilovi, conservate nella Sezione Manoscritti e Rari, ma anche dal “Bollettino delle pubblicazioni italiane”, nelle cui pagine dedicate alle Notizie, emergono qua e là anche indizi interessanti per il tema qui affrontato.

Molte quindi delle ricostruzioni che saranno proposte in seguito e molte delle ipotesi fatte sono, quindi, il risultato di un lavoro portato avanti anche sui cataloghi topografici, sugli inventari, sui libri stessi, nonché per il periodo a noi più vicino ricorrendo alla tradizione orale dell’istituto.

 Dalla riunione con la Palatina alla BNCF (dall’Unità al 1885)

 Uno degli avvenimenti importanti, dopo la riunione della Palatina con la Magliabechiana, fu l’assegnazione del diritto di stampa su tutto il territorio nazionale (1870), che quindi cominciò ad assicurare alla biblioteca un flusso costante di pubblicazioni italiane.

Nel 1865,  inoltre, era stata completata la ricopiatura del catalogo a volumi, che da lì a pochi anni diverrà di nuovo ingestibile e spingerà ad adottare soluzioni di compromesso e finalmente all’impianto di un nuovo catalogo, questa volta a schede.

Dopo l’Unità, la biblioteca dimostra una nuova vitalità, attirando fra l’altro una serie di donazioni. Entrano a far parte delle raccolte della biblioteca, fra le altre, alcune importanti collezioni private.

  • Libreria Guicciardini. Complessa è la vicenda che  portò in biblioteca la collezione di Piero Guicciardini che l’aveva donata, vincolando il dono ad una serie di  condizioni, che lo Stato non aveva accettato. L’ostacolo fu aggirato: la libreria fu donata al Comune di Firenze, che accettò integralmente le condizioni, depositandola permanentemente presso la Nazionale. Successivamente il dono fu accresciuto di un altro migliaio di opere. La libreria fu accompagnata dal catalogo a stampa
  •  Libreria Nencini (accompagnata dal catalogo manoscritto): era costituita da opere a stampa, in particolare prime edizioni di testi letterari, che complessivamente superavano le 13.000 unità, fra volumi ed opuscoli..
  •  Libreria Passerini : appartenuta all’ex prefetto della biblioteca, che continua la tradizione inaugurata con gli esecutori testamentari del Magliabechi, lasciandola in dono alla biblioteca. Era costituita da opere a stampa, oltre 7000 sull’ arte e sulla storia italiana, nonché da un certo numero di manoscritti. Anche in questo caso la raccolta era provvista di un catalogo.
  • L’ultima soppressione conventuale del 1867 fa pervenire in biblioteca un’altra libreria claustrale, (in realtà presa in carico molti anni dopo, nel 1883) quella dei padri Filippini, chiaramente specializzata in argomenti di tipo ecclesiastico.
  • Prende forma un’importante collezione di opere orientali, grazie alla donazione di un tipografo, Castelli, operante al Cairo. Queste oltre 700 opere, unite a quelle già esistenti, costituiscono il nucleo fondante di una collezione speciale, che con il tempo sarà ulteriormente accresciuta
  • Collezione Savonaroliana: importante raccolta di edizioni di opere di Girolamo Savonarola che fu venduta dal conte Carlo Capponi nel 1883.

Per quanto riguarda le collezioni private incamerate in questo periodo dalla biblioteca, compresa anche la libreria claustrale dei Filippini, c’è da osservare che il comportamento della biblioteca non ricalca quello tenuto in epoche precedenti, quando la tendenza era stata quella di annullare, almeno esternamente, ogni traccia di provenienza, inserendo le varie raccolte all’interno di quelle stratificatesi in precedenza. Non si tratta, comunque, a mio parere, di un mutamento sostanziale nella percezione storica di questi fondi, quanto piuttosto dell’ineluttabile presa d’atto della mancanza di forze per un accorpamento, unita al fatto che tali raccolte erano pervenute insieme ai rispettivi cataloghi, che le rendevano comunque fruibili. 

La vitalità della biblioteca e la sua capacità di attirare donazioni si scontra ed entra in contraddizione con la realtà logistica. È impossibile farne la storia, ma è importante un accenno, perché la mancanza di spazio e le soluzioni trovate in questo periodo e nei successivi, hanno una ricaduta importante anche sulla tipologia delle collocazioni, e in genere sullo stato di ordinamento delle collezioni, nonché con la rappresentazione catalografica delle collezioni.

E’ una storia costellata di annessioni successive, fino alla situazione che si stabilizza in questo periodo con l’acquisizione del Palazzo dei Giudici e che rimane pressoché costante fino al trasferimento nella attuale sede.

La biblioteca disponeva di tre diversi edifici, non tutti comunicanti, per complessive 80 sale su 9 piani a livello differente.

 

Cambiamenti nell’ordinamento delle collezioni

La testimonianza più attendibile sulla situazione delle raccolte alla vigilia del regolamento del 1885, che avrebbe designato la Nazionale di Firenze come Nazionale Centrale, vengono da una delle fonti citate all’inizio, ossia la relazione presentata dal Sacconi nel 1883.

Senza prendere in considerazione la situazione dei manoscritti, le raccolte dei libri a stampa erano suddivise in varie sezioni, a cui corrispondevano diverse tipologie di collocazione:

·         La raccolta Magliabechiana

·         Le collezioni autonome, per provenienza

·         Le collezioni rare e pregevoli

·         Le raccolte separate per ragioni tecniche o bibliografiche

·         Le opere in corso di stampa

 

Ai fini del nostro discorso interessano soprattutto le ultime due sezioni indicate dal Sacconi, perché già all’interno di esse troviamo forme di ordinamento e di relativa espressione in segnature, che poi, spesso modificate e razionalizzate, saranno in uso a lungo.

In questo momento il nucleo antico della biblioteca è collocato con sistemi che ormai hanno perso ogni connotazione di natura sistematica e presentano tipologie di segnatura ancorate al luogo fisico di conservazione (stanza, palchetto e numero progressivo del libro sul palchetto).

Questa era la collocazione ormai stabilizzata della porzione magliabechiana, all’interno della quale continuavano ad essere collocati e sistemati i libri moderni che via via arrivavano in biblioteca per diritto di stampa o per acquisto.

Anche le raccolte che Sacconi indica come “rare e pregevoli” sono sostanzialmente transitate fino a noi, con le stesse modalità (ad esempio la collezione savonaroliana.).

Nelle ultime due categorie invece, comincia ad apparire una linea di tendenza che poi avrà sviluppi ulteriori in seguito e che porterà ad un trattamento differenziato delle collezioni, collegabile per un verso a nuove esigenze di servizio e per l’altro ad una rapida differenziazione tipologica che sta intervenendo nella produzione libraria.

Nella categoria delle opere tenute separate, il Sacconi ricorda oltre ai libri orientali (che ancora oggi formano una collezione speciale), le opere bibliografiche e di riscontro, le carte geografiche e gli opuscoli.

Particolarmente interessante è, ad esempio, l’accenno alle opere bibliografiche e di riscontro, come vengono definite, che sono il preludio alla formazione di una collezione di consultazione. Le altre due categorie, per caratteristiche peculiari, fisiche, necessitavano ovviamente di una gestione differenziata, ma almeno sugli opuscoli bisognerà soffermarsi un attimo.

Opuscoli:

Erano tenuto separatamente gli opuscoli appartenenti alla alle raccolte Palatina, Targioni, Nencini e Passerini, ma quelli per dire correnti, compresi gli opuscoli magliabechiani erano divisi in cassette come ora, ma con riferimento al formato:

Da 1 a 2000 prima grandezza in 24°

Da 3001 a 5000 2° grandezza in 16°

Da 5001 a 7000 3° grandezza in 8°

Da 7001 a 8000 4° grandezza in 4°

Da 8001 a 9000 5° grandezza in folio

 Inoltre aggiunge il Sacconi c’erano almeno altri 25.000 opuscoli divisi in 12 raccolte “per ragione della materia degli opuscoli stessi e gli opuscoli in ciascuna di esse furono disposti alfabeticamente fra loro con diversi criteri dettati dalla materia degli opuscoli stessi”.

Sembrerebbe quindi che ad una sistemazione di base, organizzata sulla base del formato, fossero state aggiunte altre serie organizzate piuttosto con criteri di classificazione, se non per materia, almeno per genere.

Questa organizzazione subirà cambiamenti successivamente, a mano a mano che la massa di opuscoli andava aumentata in progressione geometrica: come vedremo, pur restando fermo l’impianto di base (scatole, o inizialmente buste, con all’interno un certo numero di opuscoli), verrà meno il rigido riferimento alle serie divise per formato, ma si aggiungeranno altre serie, per materia, mentre una parte almeno della seconda porzione  della raccolta andrà a confluire in una sezione nuova, il materiale minore. Al momento del trasporto della biblioteca nella nuova sede sembra che le scatole di miscellanee, dopo il 9000 seguissero una numerazione non continua e che fossero ordinate secondo la materia (14 categorie + tre sezioni comprendenti gli opuscoli danteschi, le pie letture e le letture popolari). In ogni caso, secondo la testimonianza di Fava le scatole non erano complete. Traccia di questa suddivisione per materie rimane ancora: scorrendo a campione il topografico, dopo la scatola 10.000 troviamo vari gruppi di schede che rappresentano opuscoli appartenenti ad una stessa, anche se spesso grossolana, divisione disciplinare. Probabilmente, però, nel tempo, si è perso coscienza dell’antico ordinamento e il fatto di avere spazi vuoti nelle scatole, unito alla perenne esigenza di risparmiare spazio, ha indotto a riempirli senza un criterio preciso.

 Opere in corso

 In questa categoria confluiscono tipologie editoriali che non potevano essere gestite come una volta.

Inizialmente avevano formato una sola collezione, ma dal 1882 erano state inserite distinzioni fra le opere che oggi chiameremmo in continuazione, le riviste, i giornali, gli atti accademici e le pubblicazioni ufficiali, utilizzando per la collocazione gli stessi criteri, che partivano chiaramente dal formato, ma ancoravano la segnatura al luogo fisico che le accoglieva, cioè il palchetto.

Ciascuna tipologia era indicata da una lettera di riferimento (O per le continuazioni; R per le riviste)

Cominciano cioè a comparire simbologie che poi, modificate, sono attualmente comuni nei magazzini della BNCF.

Non è chiaro se in questo momento questo tipo di collocazione fosse una fase transitoria della gestione delle collezioni: Sacconi, infatti, sottolinea la bontà di questo metodo di collocazione, nell’eventualità che si debba spostare il materiale, ma anche perché in questo modo si poteva togliere “quelle completate o cessate”, il che potrebbe far presupporre l’uso di spostare in altra collocazione un’opera in continuazione, una volta che fosse conclusa.

Successivamente però questo tipo di segnatura tenderà, come vedremo, a  divenire stabile.

Ma in questo momento ci sono altre raccolte di opere in corso che poi avranno un’ulteriore evoluzione e porteranno alla creazione della sezione materiale minore: sono opuscoli che Sacconi definisce “di ben poco valore, perché di carattere amministrativo piuttosto che letterario o scientifico” per cui “non meritano di essere aggiunte al catalogo generale e si tengono ora ordinate come gli opuscoli ricordati di sopra per alfabeto del nome sia dell’autore sia del luogo cui si riferiscono, perché servano di catalogo a se stesse, quando vengono raramente richieste. Sono queste gli almanacchi, i calendari…, i rendiconti annuali delle pubbliche e private scuole, delle banche, delle società di beneficenza, delle operaie, industriali e commerciali, le pastorali vescovili ed altre opere simili che ingombrerebbero di troppo il catalogo generale”.

 

La Direzione Chilovi

 Gli anni della direzione Chilovi (1885-1905) sono quelli in cui cambia sostanzialmente sia l’assetto organizzativo che la sistemazione delle raccolte, avvicinandosi molto a quello che poi si è conservato fino a noi. Altri dati importanti da tenere presenti sono la individuazione della biblioteca fiorentina come nazionale centrale, insieme alla Vittorio Emanuele di Roma e la nascita della bibliografia nazionale italiana nel 1886 con il “Bollettino delle pubblicazioni italiane”, redatto appunto a Firenze.

Anche in questi venti anni la BNCF continua a crescere: fortissimo è l’incremento dei carteggi, dopo la messa a punto del progetto dell’archivio della letteratura italiana, che puntava a raccogliere presso la BNCF la documentazione relativa alla cultura italiana del XIX secolo, ma c’è un notevole incremento anche delle raccolte a stampa, oltre che naturalmente grazie al deposito obbligatorio, anche con l’acquisizione di intere librerie come la Misc. Capretta, la libreria Rossi Cassigoli, quella De Gubernatis, la collezione teatrale Suner.

Nei venti anni della sua direzione Chilovi attua una generale riorganizzazione della biblioteca, che coinvolge sia l’organizzazione del lavoro che la gestione delle collezioni.

Confrontando il quadro delineato nella relazione Sacconi con un’altra relazione spedita da Chilovi al Ministero nel 1894 (Archivio Chilovi III) possiamo  renderci agevolmente conto dei cambiamenti apportati. Dopo dieci anni l’organizzazione del lavoro che traspare è molto più complessa e si avvicina sensibilmente a quella che si è conservata praticamente fino ai nostri giorni, e che io stessa ho conosciuto: non una semplice assegnazione di compiti alle singole figure professionali, ma una divisione in sezioni ed uffici, dotati di un organico composto da figure professionali diverse, responsabili di attività specifiche.

Il  riordinamento delle collezioni coinvolge sostanzialmente ogni tipologia libraria presente in Biblioteca, a parte le collezioni più antiche o le librerie private rimaste separate e distinte dagli altri fondi.

 MONOGRAFIE

Una delle caratteristiche fondamentali della gestione delle collezioni in questo periodo sono il definitivo abbandono della segnatura magliabechiana, che viene sostituita con altre tipologie di collocazione. In sostanza prosegue e giunge a maturazione quel processo che in parte avevamo visto iniziare nell’ultimo periodo della direzione Sacconi. La spinta ad una gestione fisica delle collezioni differenziata viene accelerata da più ragioni:

  • Una produzione editoriale crescente che affolla la biblioteca e spinge ad una riflessione sui modi di ordinamento e di conservazione, all’interno di una forte concezione del ruolo di biblioteca nazionale centrale e del compito di una conservazione sistematica che si accompagni  però anche alla fruizione.
  • Una differenziazione tipologica della stessa produzione editoriale che impedisce l’uso, per una corretta sistemazione di un’unica tipologia di collocazione.
  • Ancora la situazione logistica, che costringe ad utilizzare più spazi (di dimensioni ridotte)
  • Ragioni di servizio che spingono a differenziare la tipologia di collocazione, ma anche a creare collezioni speciali, sulla base di considerazioni di uso.

 Le principali segnature introdotte rispondono dunque a questi criteri: l’adesione alla realtà editoriale mutata e la differenziazione, che consente di rispondere meglio alla gestione di spazi, sicuramente non progettati per essere magazzini librari. Le tipologie di collocazione che vengono pensate abbandonano anche l’ancoraggio alla stanza e al palchetto, che rendevano difficoltosi eventuali spostamenti, per prendere in considerazione essenzialmente il formato, cioè l’altezza dei libri, un criterio più conveniente per risparmiare spazio, salvo rare eccezioni. Anche il palchetto era associato al formato dei libri, ma restava comunque un elemento indicativo di un preciso luogo fisico. Non va dimenticato, infatti,  che nella prassi interna della biblioteca l’elemento della campata non era preso in considerazione: il palchetto correva lungo tutto il perimetro della stanza.

Viene introdotta n questo periodo la segnatura di Banco, espressa dal simbolo B°. Questa tipologia è legata alla situazione logistica, in quanto venivano utilizzati non gli scaffali alle pareti, ma scaffalature più basse (i banchi appunto) disposti al centro di alcuni locali per guadagnare metri di scaffalature, ma si inserisce bene anche nel nuovo sistema di ordinamento, in quanto destinata ad accogliere quelle pubblicazioni che non avevano specifiche caratteristiche editoriali, come l’essere in collana o in continuazione. Non abbiamo informazioni precise sul momento in cui questa nuova collocazione fu introdotta e su come veniva gestita, anche se è presumibile che uno degli elementi della segnatura esplicitasse il formato. Nella relazione del Fava (1935) si fa un elenco dei banchi esistenti allora, che non rispettavano però una sequenza ordinata: cominciavano dal 5, poi 7-9, 16-23, 26, 53-56. Contrariamente all’uso normalmente utilizzato in BNC nei banchi i grandi formati occupavano i numeri più alti (24, 25, 53, 55 e 56). Se quasi certamente il secondo gruppo di numeri arabi era legato al formato, mentre il terzo indicava semplicemente la posizione del libro all’interno di quella sequenza, non è facile capire il significato del primo numero, che oltretutto, come abbiamo visto non era continuo. Una ipotesi potrebbe essere che il primo numero che componeva la sequenza indicasse la stanza, dove erano stati sistemati questi scaffali centrali. E’ plausibile infatti che non tutte le stanze utilizzate dalla biblioteca potessero accogliere scaffalature centrali.

La segnatura di Banco sicuramente viene chiusa nei primi anni del XX secolo, probabilmente come vedremo durante la direzione Morpurgo, salvo poi essere di nuovo utilizzata più tardi, quando la biblioteca era già in piazza Cavalleggeri.

Infatti nella sua relazione Fava non nomina altri banchi, che invece nella pratica di servizio siamo abituati ad incontrare: il B° 60, viene aggiunto successivamente al trasporto della BNCF nella nuova sede, destinandolo sempre ai grandi formati. Addirittura posteriori sono le aggiunte dei banchi 27 e 30, che risalgono agli anni Sessanta, e forse addirittura posteriore l’aggiunta del banco 29, dove verrà collocato materiale antico comprato o comunque acquisito dalla biblioteca pezzo per pezzo.  E’ una segnatura che è stata utilizzata fino al 1983, quando è stata sostituita da una tipologia che puntava in modo più semplice alla sola espressione del formato (B.a, B.e, B.i, B.o., B.u). Contemporaneamente vennero però lasciati ancora aperti e quindi funzionanti il B° 17 e il B. 21.Y.B., il primo essenzialmente destinato ad accogliere le ristampe anastatiche o pubblicazioni particolari (tirature limitate) e il secondo i grandi formati.

Diverso significato hanno invece il 9° Banco Barbera e il 9° Banco Le Monnier, destinati a raccogliere tutta la produzione dei due editori fiorentini, quindi un modo per distinguere dal panorama editoriale nazionale, la specifica produzione dei due massimi esponenti dell’editoria fiorentina della seconda metà dell’800.

L’altra segnatura legata al nome di un editore, Manuali Hoepli, ha invece probabilmente un’origine diversa, legata piuttosto a ragioni di servizio: date le caratteristiche delle pubblicazioni è presumibile che una gestione separata facilitasse il compito dei distributori.

La segnatura Coll. (semplificata successivamente in C.) era destinata ad accogliere le pubblicazioni che erano in collana, una tipologia editoriale che cominciava ad essere diffusa in questo periodo.

La segnatura di collezione era composta da tre elementi (indicativo di Coll., l’indicazione del formato (dal più alto al più piccolo: terra-12); l’indicazione di collana, progressiva, via via che se ne apriva una; l’indicazione del numero di catena. Questo ultimo elemento è più tardo, perché inizialmente anche dal punto di vista editoriale le collane non recavano, come a volte succede anche oggi, un numero progressivo interno, per cui i volumi erano ordinati alfabeticamente. Anche questa segnatura è stata in uso fino ai primi anni Settanta del Novecento, per essere sostituita da quella simile, ma semplificata (C.a, e, i, o, u), che comunque contiene gli stessi elementi (formato, indicativo di collana, numero di catena)

Per le opere che invece, pur non essendo seriali, ovvero pubblicate in modo cadenzato e in prospettiva illimitato, come le riviste o i giornali, si attestarono due tipologie di segnature

  • Quella preceduta da O, gia esistente, per le opere che uscivano in più volumi, ma non contemporaneamente.
  • Quella preceduta dalla lettera F, per le opere che uscivano in fascicoli, una tipologia editoriale che comincia a diffondersi rapidamente.

Queste segnature sono strutturate sul modello della tipologia creata per le collezioni: una lettera alfabetica che indica la sezione, un numero arabo per il formato, un secondo per la pubblicazione, ed un terzo per il singolo volume (o fascicolo) all’interno della pubblicazione.

In questo periodo compaiono però anche altre tipologie di segnature, sempre applicate a raccolte di tipo monografico. Le ragioni di questa differenziazione possono solo essere deduttive: in linea teorica le tipologie di segnature già viste potevano essere sufficienti a gestire la produzione libraria che affluiva in biblioteca, per ciò che concerne ovviamente le monografie (diverso è il discorso per la produzione seriale, o per particolari tipologie, come gli opuscoli o le carte geografiche). La spiegazione può forse risiedere in più elementi, uno ancora di tipo logistico, l’altro più di natura funzionale, che si intersecano fra loro, senza dimenticare le caratteristiche di chi gestisce la biblioteca in questo momento.

Le segnature a cui alludo si riferiscono a generi letterari particolari, come i romanzi, la produzione teatrale e la produzione di testi classici. Sono tipi di collocazione studiati specificamente per il materiale che dovevano rappresentare, molto diversi fra loro, studiate appositamente per essere applicate a raccolte che oggi definiremmo speciali.

Conoscendo ormai un po’ più a fondo la figura e il pensiero di Desiderio Chilovi azzarderei anche un’ipotesi, tutta ovviamente da confermare. Il frazionamento dei locali a disposizione spingeva come si diceva prima anche al frazionamento delle collezioni; d’altra parte costruire raccolte speciali, per generi letterarie poteva essere anche funzionale al servizio (sono fra l’altro generi presumibilmente molto richiesti) e non avrebbe certo costituito un problema al momento del trasferimento delle raccolte in un nuovo edificio. C’è poi da osservare che soprattutto nelle due collezioni Teatro e Testi Latini e Greci confluiscono essenzialmente pubblicazioni non particolarmente consistenti, sostanzialmente opuscoli, che in alternativa non potevano che essere collocati nel mare magnum della segnatura miscellanea.

Fava nella relazione già richiamata non rammenta per niente queste segnature, che sicuramente però erano ancora aperte. Quella dei romanzi è stata utilizzata sicuramente e sistematicamente, ovviamente per i romanzi che non uscivano in collane, fino agli anni Sessanta. La segnatura Teatro viene usata più sporadicamente, ma è ancora viva dopo il trasloco della biblioteca, mentre sembra che la segnatura relativa ai Classici latini e greci sia stata abbandonata dopo gli anni Trenta.

La prima collezione speciale, quella dei romanzi, era formata dall’indicativo della collezione Rom. e da due gruppi di numeri arabi: il primo era l’indicativo di formato, il secondo il numero di catena.

Per la segnatura Teatro disponiamo di una relazione dell’ufficio collocazione del 1895 (N.A.894.39), da cui si può desumere agevolmente il tipo di classificazione utilizzato.

La collocazione finale è composta dalla Sigla + un numero arabo da 1 a 9 + una lettera alfabetica maiuscola +  un altro numero (in alcuni casi due) arabo.

Schema di classificazione (prima parte)

1 Orientale (comprese le traduzioni)

2 – Classico latino e greco (comprese le traduzioni)

3 – Medioevale

4 –  Italiano (comprese le versioni in questa lingua)

5 – Francese (idem)

6 –  Spagnolo-portoghese (idem)

7 – Inglese  (idem)

8 – Tedesco (idem)

9 – Lingue diverse (idem)

Schema di classificazione (seconda parte)

A Raccolte teatrali e teatro completo di un autore

B – Tragedie

C – Commedie

D – Drammi

E – Monologhi, scene, dialoghi, bozzetti

F – Farse, scherzi comici, parodie

G – Proverbi

H – Operette, opere comiche

L – Teatro per la gioventù, collegi

M – Rappresentazioni sacre

N – Favole, drammi pastorali e boscherecci

P – Melologhi

R – Libretti musicali, messe in scena

X – Ballo, mimica.

Schema di classificazione (terza parte)

Il numero arabo che segue indicava, a seconda dei casi:

  • semplicemente il numero progressivo
  • oppure, nel caso di una raccolta, il numero della raccolta e il numero del fascicolo o volume (in questa seconda eventualità i numeri arabi erano due).

 

 In questa sezione si collocavano solo opere testuali, perché quelle musicali confluivano in un’altra sezione, anch’essa organizzata sistematicamente.

 Per la sezione Testi latini e greci  non disponiamo di una documentazione così precisa. E’ divisa in due parti T.L (testi latini) e T.G. (testi greci). Segue un’altra (o altre lettere) alfabetica che indica il nome dell’autore nella forma latina. Meno chiaro è il significato dei numeri  che seguono: è probabile che indicassero in alcuni casi semplicemente un numero progressivo di sequenza, oppure l’indicativo di una collezione e il numero corrente, ma sono ipotesi che andrebbero convalidate con una ricognizione a tappeto sui libri stessi, o sugli inventari, se ancora conservati.

 

PUBBLICAZIONI MUSICALI –carte geografiche

Sono scarse le notizie della sistemazione di questo materiale in  questo periodo,ma anche in quelli successivi, forse anche per la tendenza che si è definitivamente consolidata nel tempo a gestirli in modo nettamente separato dalle restanti collezioni. Nella relazione da cui è stato tratto lo schema di classificazione della sezione Teatro, si parla di un sistema altrettanto semplice per la gestione della musica, senza però entrare in dettaglio, mentre la testimonianza di Fava, nella consueta relazione porta a pensare ad una sezione non ordinata e disposta in vari locali della vecchia sede, organizzata semplicemente sulla base di un ordinamento alfabetico. Il “Bollettino” ci offre alcune informazioni, almeno sull’impianto in questo periodo dei cataloghi speciali relativi alla musica moderna a stampa e alle carte geografiche. Il “Bollettino”, infatti, pubblica spesso tabelle statistiche relative all’incremento dei cataloghi: si fornivano, cioè, notizie precise sulla quantità di schede preparate per i vari cataloghi. Da queste tabelle si può pertanto presumere, anche se con un certo margine di incertezza, il periodo di impianto dei vari cataloghi. Così se si può ipotizzare che il catalogo delle opere musicali a stampa sia stato impiantato almeno dal 1887, il catalogo delle carte geografiche compare nelle statistiche solo a partire dal 1896. Ma non sono poche anche le testimonianze che parlano di arretrato di catalogazione e di necessità di provvedere alla sistemazione di questi materiali.

Fra l’altro, differentemente da come si usa oggi, in quel momento sembra che la procedura dell’iter del libro fosse diversa: la prima fase era la catalogazione, seguita dalla inventariazione, dalla bollatura e dalla collocazione. Di conseguenza un ritardo o un accumulo di arretrato nella catalogazione, significa inevitabilmente anche un arresto delle procedure di collocazione.

Molto esplicita in questo senso è la testimonianza di Fava: al momento del trasloco c’erano oltre 100mila opuscoli ammucchiati, qua e là, senza una sistemazione: “da circa quindici anni, infatti, l’ufficio della catalogazione per mancanza di forze adeguate scartava gli opuscoli che giudicava di minore importanza, escludendoli dal “Bollettino delle pubblicazioni italiane” e anche dalla schedatura”.

Si formano nel periodo della Direzione Chilovi anche altre collezioni speciali, che danno luogo a segnature specifiche, come le tesi straniere, che cominciano ad arrivare in biblioteca alla fine degli anni Ottanta, per dono, per accordi di cambio, grazie alla politica di Chilovi, che utilizzava il “Bollettino”, per ottenere gratuitamente collezioni di pubblicazioni straniere di livello scientifico, e grazie anche alla rete dei suoi rapporti internazionali.

Le segnature corrispondenti possono apparire analoghe a quelle miscellanee, ma in realtà hanno un significato diverso. Da una relazione non datata, presumibilmente però del 1904 possiamo ricavare informazioni sul tipo di collocazione utilizzato (Archivio Chilovi III). Le tesi tedesche (norvegesi e svedesi) avevano un impianto sistematico per materia

Materie

numeri delle cassette miscel. Destinate

1. Filosofia (teol. pedag.)

5540-5579

2. Storia e geografia

5580-5634

3. Storia letteraria e filol.

5635-5689

4. Scienze polit. sociali

5690-5729

5. Scienze fisico-matem.

5730-5799

6. Scienze naturali

5800-5829

7. Medicina e chirurgia

5830-5974

8. Belle arti

5975-5979

9. Agricolt.Ind. e Comm.

5980-5999

 

Quelle francesi, invece, erano divise cronologicamente per anno, secondo l’ordinamento dei rispettivi cataloghi, che arrivavano insieme alle tesi e che erano utilizzati per ricavare le descrizioni che venivano poi direttamente incollate sulle schedine del catalogo.

Successivamente però si è probabilmente persa la consapevolezza di questo tipo di ordinamento per le tesi tedesche. Già nel 1912 era stato abbandonata ogni sistemazione in questo senso e ci si era limitati a dividerle per anno.

 

PUBBLICAZIONI SERIALI

Avevamo visto come dal 1882 all’interno di quella tipologia che viene definita “pubblicazioni in corso di stampa” si era operata una distinzione tipologica fra Accademie, Pubblicazioni ufficiali, giornali e riviste. Sacconi parla di un unico sistema di collocazione (lettera, numero del palchetto, numero di catena).

Sicuramente, nelle testimonianze successive troviamo così concepita la segnatura Accademie, ma sembra che invece per quanto riguarda le Pubblicazioni ufficiali il criterio principale su cui era costruita la segnatura fosse quello dell’ente di emanazione, che è poi lo stesso criterio utilizzato anche oggi, anche se espresso in modo diverso.

 

Gruppi 

Sicuramente l’impatto maggiore del lavoro di riordinamento del periodo della direzione Chilovi si ha con la creazione della sezione dei gruppi

Il lavoro di riordinamento di questa porzione delle raccolte della BNCF non viene impiantato ex novo, ma si innesta in una situazione preesistente. Già in precedenza era invalso l’uso di non catalogare e di ordinare grossolanamente per ordine alfabetico di autore o di luogo le pubblicazioni di scarsa consistenza, considerate “di ben poco valore, perché di argomento amministrativo piuttosto che letterario e scientifico”. Questo dato è confermato anche da una relazione dell’ufficio di collocazione del 1888 (Archivio Chilovi III), che documenta chiaramente un lavoro in itinere ed un’organizzazione ancora non del tutto definita: a questa data risultavano, infatti, sezioni completamente da ordinare, duplicazioni e incongruenze. Negli anni successivi si procederà alla sistemazione,  ad esempio, delle lettere pastorali, descritta nel “Bollettino” o a quella delle memorie legali, ampiamente illustrata da Arnaldo Capra nelle note alla traduzione italiana del Gräsel, ma anche a dare un assetto logico e funzionale alla sezione nel suo complesso, un lavoro dunque di ampio respiro che acquista consistenza e solidità nel tempo. Dalla semplice pratica di accantonare materiale bibliografico ingombrante e difficile da gestire si passa gradualmente alla formazione di una collezione organica, vitale ancora ai nostri giorni.

 

La Direzione Morpurgo

La direzione Morpurgo si distingue, per quanto riguarda la gestione delle collezioni per il riordinamento della segnatura delle riviste, per l’introduzione di una nuova tipologia di collocazione, le classi ed infine per l’allestimento delle Sale di consultazione, tutte costruite sugli stessi criteri, per classificazione per materia e per formato. Sono diverse le simbologie per esprimere la collocazione, ma l’impianto delle varie sezioni è sostanzialmente lo stesso

Riviste

Le classi sono espresse con numero romano (da I-XX, quelli dispari per le pubblicazioni italiane, quelli pari per le straniere):

I-II:  Poligrafia, bibliografia, cultura generale

III-IV: Religione, filosofia, pedagogia

V-VI: Storia, geografia

VII-VIII: letteratura (in senso lato)

IX-X: Scienze sociali

XI-XII: matematica e fisica

XIII-XIV: medicina

XV-XVI: tecnologia

XVII-XVIII: agricoltura, industria, commercio

XIX-XX: arte

 

Monografie

Le classi sono espresse con numeri arabi dispari, da 1 a 19:

1: Generalità

3: Religione, filosofia, pedagogia

5: Storia e geografia

7: Letteratura

9: Scienze sociali

11: Matematica e fisica

13: Medicina

15: Agricoltura, industria e commercio

17: Tecnologia

19: Arte

 

Identica è anche la struttura della stringa alfanumerica con cui viene espressa la segnatura: indicativo della classe +  formato +  numero corrente.

Vengono introdotte per la prima volta le cinque vocali che da allora in poi esprimeranno in biblioteca i formati dei  libri a stampa: a, e, i, o, u (dal più grande al più piccolo): nella segnatura delle riviste alla vocale viene semplicemente aggiunta la lettera R, ad indicare la particolare sezione.

Molto più tardi, presumibilmente nei primi anni Settanta vengono aggiunte le altre due classi, la 21 per le pubblicazioni musicali (testuali però) e la 23 per la giurisprudenza, presumo per l’abbondanza delle pubblicazioni nella materia (almeno nel secondo caso), o per separarle dalle altre pubblicazioni (classe 19) nel primo.

Il ritorno alla classificazione per materia merita qualche riflessione: sembra quasi un passo indietro, rispetto al passato, quando si è visto che si era radicato un tipo di collocazione, magari differenziato, ma essenzialmente fondato sul criterio del formato. Anche le collezioni speciali formate da Chilovi non si basavano sulla classificazione per materia, ma piuttosto rispondevano al criterio di creare raccolte omogenee per genere letterario.

In merito si possono avanzare alcune ipotesi: in questo periodo si fa più concreta la speranza di avere un nuovo edificio e quindi maggiore spazio (erano già iniziati i lavori per la costruzione del nuovo edificio). I giornali erano già stati spostati nel magazzino di santa Croce e le riviste furono trasferite in un ala della nuova sede nel 1929.

Un altro elemento che può essere intervenuto è l’esaurimento dello spazio dei banchi, per cui può aver indotto ad utilizzare per le monografie un nuovo sistema di collocazione, ipotesi che può essere confermata dalla testimonianza di Fava, che afferma che nelle classi furono collocate le pubblicazioni posteriori al 1910.  Per contro c’è da mettere il fascino che aveva sempre avuto l’utilizzo di un ordinamento per materia fra i bibliotecari ottocenteschi, anche per l’organizzazione dei magazzini.

C’è però un’altra possibile ragione, che può avere contribuito, insieme alle altre, per una scelta del genere: lo schema di classificazione richiama da vicino quello utilizzato per il “Bollettino”.  Lo schema qui riproposto rappresenta l’organizzazione originaria della bibliografia. Nel tempo comunque i cambiamenti furono pochi, almeno fino agli anni Trenta, talvolta semplicemente la sostituzione di un termine con un altro (ad esempio nel 1906 Ingegneria-ferrovie, a cui nel frattempo si era aggiunto anche il termine telegrafo, diventa Tecnologia). Alcune classi avevano un’ulteriore articolazione interna, ma le suddivisioni avevano per lo più carattere formale, come esclusivamente formale è l’ultima classe del “Bollettino”, che accoglieva i giornali, mentre le riviste erano inserite nelle classi di appartenenza.

Bibliografia

{Filosofia-teologia

{Istruzione-educazione

Storia-geografia

*Filologia-storia letteraria

*Letteratura contemporanea

#Legislazione-Giurisprudenza

#Scienze politico-sociali

Scienze fisiche, matematiche e naturali

Medicina

~Ingegneria-ferrovie

~Guerra-Marina

Belle arti

Agricoltura-Industria-Commercio

Giornali Nuovi

 

Se accorpiamo le classi indicate con segni particolari, il risultato corrisponde esattamente alle dieci divisioni utilizzate per l’organizzazione fisica delle riviste e delle monografie.

Ricordando la prassi in uso in BNCF, per cui il momento della catalogazione precedeva quello dello collocazione è possibile presumere che instaurare un parallelismo fra le due fasi potesse anche essere utile a sveltire la procedura di trattamento del materiale che non fosse in collana o in continuazione.

 

Sale di consultazione.

Il “Bollettino” annuncia la costituzione delle sale di consultazione nel 1908. In realtà, già prima, esistevano strumenti di consultazione de carattere bibliografico a disposizione del pubblico, ma la carenza di spazio non aveva permesso di dare uno sviluppo adeguato a questo settore della biblioteca.

L’organizzazione delle sale è rimasta sostanzialmente identica nel tempo. Lo schema di divisione che ricaviamo dal “Bollettino” era il seguente:

  • Dizionari
  • Biografia
  • Filosofia e teologia
  • Geografia
  • Scienze giuridico-sociali
  • Belle arti
  • Letteratura antica
  • Letteratura italiana
  • Letterature moderne straniere
  • Storia
  • Sezione Toscana
  • Fonti storiche
  • Scienze fisiche, matematiche e naturali
  • Medicina
  • Tecnologia

 

A queste sezioni si aggiungeva la sezione di bibliografia, che era sempre esistita.

Come si vede, a parte la scissione successiva di alcune sezioni e l’aggiunta di alcune collezioni di testi l’impianto delle sale è rimasto sostanzialmente lo stesso. Anche in questo caso, come abbiamo già visto per le classi e per le riviste, la suddivisione per materie è sostanzialmente sovrapponibile a quella del “Bollettino”.

La tipologia di segnatura adottata per le sale di consultazione è apparentemente molto semplice,

l’identificativo Cons. + l’identificativo della sezione + un simbolo alfanumerico, composto da un numero a correre, che inizia di nuovo per ogni sezione, e da una lettera dell’alfabeto in esponente.

In realtà l’impianto delle sezioni è molto più complesso: ogni sezione è scandita da suddivisioni interne, di natura disciplinare, formale, geografica, o cronologica, a seconda della disciplina. Questo era chiarissimo già nello schema fornito dal “Bollettino” che conteneva, oltre all’elenco delle sezioni, anche le suddivisioni interne, con i numeri di riferimento.

Una scelta del genere, che non rende esplicite le suddivisioni, attraverso il simbolo di collocazione, non è l’ideale perché richiede che nella gestione dell’apparato la consapevolezza delle divisioni interne sia sempre alta e che sia ben presente la necessità di lasciare spazio, per eventuali future suddivisioni.  La perdita di consapevolezza di questo tipo di impianto ha generato nel tempo una sostanziale confusione nell’immissione di nuovi strumenti, costringendo più tardi, negli anni Settanta-Ottanta, ad una revisione completa, che comportò far riemergere l’ossatura delle singole sezioni, fissarne l’organizzazione interna in modo esplicito, ridisegnando lo spazio da assegnare a ciascuna suddivione; molti spostamenti, e ricollocazioni di materiale.

Fra l’altro gli stessi criteri (e la stessa tipologia di classificazione) furono utilizzati per allestire la Sala periodici, dopo il trasferimento dagli Uffizi

 

Traferimento della BNCF

La BNCF, nel 1935, alla vigilia del trasporto nella nuova sede, è sull’orlo del collasso: sono migliaia e migliaia le pubblicazioni semplicemente accatastate, senza un minimo di ordinamento. In vista del trasferimento furono completati alcuni lavori, più che altro semplici riunioni e imbustamenti di materiale sparso, più che una vero e proprio intervento di riordinamento, per garantire un trasporto in sicurezza. Molti di questi interventi riguardarono le collezioni dei carteggi. Per quello che riguarda le collezioni a stampa, a parte l’inserimento nelle scatole delle miscellanee accumulate e delle tesi di Germania e di Francia, l’intervento più significativo fu quello relativo alle pubblicazioni ufficiali: è forse qui che prende forma la nuova segnatura P.U. Non furono invece toccate le raccolte private che ancora non erano state catalogate.

La ricollocazione nel nuovo edificio seguì dei criteri stabiliti a priori, alcuni dei quali direi ovvii, come la separazione del materiale manoscritto da quella a stampa, e la distinzione fra le raccolte chiuse (antiche) e quelle correnti; su altri criteri invece è forse il caso di soffermarsi un attimo, perché sono la ragione, involontaria sicuramente, del disastro del 1966, ma soprattutto perché sono chiaramente l’espressione di un approccio alla gestione delle raccolte che si ripercuoterà nel periodo successivo con scelte sicuramente opinabili.

Il criterio di base per la sistemazione delle raccolte moderne fu l’importanza e l’utilità pratica. Un altro elemento è interessante: fra l’elenco dei fondi antichi, chiusi, vengono inseriti anche i banchi. Se per un verso considerare queste raccolte come “antiche” è sicuramente una forzatura, per l’altro questo punto riconferma una delle ipotesi che si faceva sopra, l’essere cioè questo tipo di collocazione esaurito, chiuso. Evidentemente la tipologia di collocazione per le monografie moderne, non in collana, erano le classi. Di fatto poi, come abbiamo visto, la segnatura fu riaperta e ampiamente utilizzata.

Nella sistemazione delle raccolte nel nuovo edificio fu scelto di utilizzare il piano interrato, lasciando liberi i piani superiori per le nuove accessioni. Nei sottosuoli furono sistemati i giornali, le miscellanee, le tesi tedesche e francesi, le collezioni di minore importanza, le carte geografiche. Furono però anche sistemati i grandi formati della Magliabechiana, della Palatina e dei banchi. In questo caso la scelta fu dovuta ad un intoppo tecnico. Già da alcuni anni era iniziata la sistemazione degli arredi dei magazzini a cura del genio civile: era state scelte scaffalature standard, con una profondità media di 26 cm., senza rendersi conto che una parte anche consistente delle raccolte era costituita da libri di dimensioni maggiori. Si intervenne quindi nella modifica, senza però toccare la scaffalatura già esistente e attrezzando con scaffalature più profonde un locale del seminterrato.

Il trasferimento nel nuovo edificio avrebbe dovuto costituire un momento di rilancio per la biblioteca: un locale appositamente costruito; una maggiore disponibilità di spazio per le raccolte e per i servizi. In realtà le iniziative che si portano avanti prima della guerra non sono certamente corrette, come la formazione della nuova sezione Rinascimento, costruita saccheggiando i fondi storici della biblioteca e rimasta aperta almeno fino ai primi anni Settanta.

Gli anni Cinquanta-Sessanta, poi, costituiscono forse il momento più critico, almeno dal punto di vista della gestione delle collezioni: è come se la biblioteca avesse completamente perso la consapevolezza della propria storia. Si riaprono collocazioni ormai chiuse, aggiungendo nuove serie anche alla segnatura magliabechiana. Le biblioteche private ancora da sistemare vengono disperse nelle varie tipologie di collocazione, spezzando la loro unità (accade per la raccolta Chilovi, per quella Giulioni, per la collezione Galganetti, entrata nel 1951). Perfino la raccolta teatrale Suner che pure aveva avuto una sistemazione parziale, prima del trasferimento, non viene ricompattata. Molti libri provenienti da quella raccolta vengono collocati, senza tener conto della provenienza nella serie spuria aggiunta alla segnatura magliabechiana (61.1.; 61.2., etc.). Si salva la raccolta Bonamici, entrata in biblioteca nel 1921, durante la direzione Morpurgo, e sistemata solo agli inizi degli anni Quaranta, probabilmente perché il contratto d’acquisto vincolava la BNCF a mantenere l’unità della collezione.

Risale ancora a questo periodo il riversamento su schede del catalogo palatino manoscritto, operazione che si risolse semplicemente nella copiatura a macchina delle descrizioni, senza alcun intervento di normalizzazione e di unificazione delle intestazioni. Furono anche riversate nel nuovo catalogo palatino anche le schede relative a collezioni che non avevano nessun rapporto con la Palatina, come il fondo Passerini e il fondo Nencini, e che più correttamente avrebbero dovuto essere riversate nel catalogo magliabechiano o in quello generale, dal momento che erano pervenute alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento[1].

Su una situazione del genere si abbatte il disastro del 1966 con le conseguenze che tutti più o meno cononoscono.


[1] Per la formazione e la copertura dei cataloghi della BNCF, cfr. Gianna Del Bono, I cataloghi della Biblioteca nazionale di Firenze, «Culture del testo», 2, 1996, 6, pp. 27-41