Le Raccolte librarie scientifiche della Palatina

di Isabella Truci

Disegno delle macchie solari osservate da Galileo tra il 1611 e il 1612 (Carta 69r del ms. Galileiano 57)
1) Disegno a penna raffigurante un soffietto doppio con cannello, carta 201v del ms. del sec. XVIII Scritti sopra le asfissie e i modi di soccorrere gli annegati di Giovanni Targioni Tozzetti.

Per quanto riguarda le raccolte librarie scientifiche il secolo XIX segna per la biblioteca un incremento straordinario sia per le nuove acquisizioni sia per l’organizzazione del già posseduto. Se da una parte si verifica una serie di circostanze che fanno confluire nella biblioteca materiale non strettamente umanistico e letterario, va detto che il periodo a cui ci si riferisce è percorso da una forte spinta di pensiero positivista che incrementa lo studio della scienza e delle sue fonti. I casi più significativi di questa impronta culturale sono costituiti dalle acquisizioni del fondo Galileiano e della raccolta Targioni Tozzetti.
Nel 1818 il Granduca Ferdinando III acquista dagli eredi Nelli le carte galileiane provenienti dall’appassionato lavoro di raccolta dell’avo Giovanni Battista Clemente; si può dire che il Nelli, autore di una celebre biografia di Galileo, abbia dedicato la sua vita al recupero di qualunque documento, manoscritto e testimonianza appartenuti a Galileo, con il risultato di tornare a riunire ciò che degli scritti galileiani era andato in gran parte disperso nei passaggi al Viviani, suo esecutore testamentario, e poi ai Panzanini.
Le carte galileiane acquistate dal Granduca vengono da lui stesso donate nel 1822 alla biblioteca Palatina, che si arricchisce così di una delle più importanti fonti documentaristiche per la storia della scienza, non solo per la imponente mole degli autografi e documenti che vi sono raccolti, ma anche per l’organicità dei pur molteplici argomenti contemplati. Nel 1886 la raccolta verrà poi arricchita dalla donazione da parte di Antonio Favaro  di un gruppo di 40 filze che, aggiungendosi ai preesistenti codici, prenderà il nome di “Appendice Favaro” e porterà a 340 il numero dei manoscritti componenti la raccolta.
Al loro ingresso nella Palatina le carte Galileiane furono prese in consegna dal bibliotecario Francesco Tassi, coadiuvato dalla stessa consorte del Granduca lorenese Maria Luisa di Napoli, personalmente interessata alla cultura e alla scienza. Importante acquisizione quindi, ma altrettanto importante il lavoro di ordinamento che ne seguì nel proseguo del secolo, volto all’organizzazione di quelle che si presentavano come carte sciolte secondo un assetto logico e concettuale, rimasto in essere fino ai giorni nostri, che permettesse la fruizione dei documenti.
Questa sistemazione si deve a due grandi storici della scienza: a Vincenzo Antinori (1792-1865; DBI v. 3), fervente studioso di Galileo in quel periodo della restaurazione in Toscana che si caratterizzò per particolare vivacità di studi, e successivamente a Antonio Favaro (1847-1922; DBI v. 45), che sul corpus già ordinato dall’Antinori condusse un’ulteriore opera di riorganizzazione tuttora in essere, destinata a costituire l’impalcatura dell’Edizione Nazionale delle opere di Galileo, insuperato lavoro editoriale e punto di riferimento imprescindibile per qualunque studio sui testi galileiani. Inoltre il Favaro compie un’operazione analoga a quella del Nelli un secolo prima: sulla base dei documenti notarili dell’eredità Galileo, egli ricostruisce la biblioteca dei testi a stampa appartenuta allo scienziato, e con alacre e paziente lavoro di ricerca riesce a rintracciare alcuni, importanti volumi a stampa postillato dallo stesso Galileo, recuperati alla biblioteca soprattutto negli ultimi decenni dell’800 e adesso visibili on-line.
Nel frattempo, dal1851 e progressivamente negli anni successivi, la biblioteca Palatina si arricchisce di un’altra fondamentale raccolta scientifica, proveniente per donazione e acquisto dalla famiglia Targioni Tozzetti, composta sia da pubblicazioni a stampa che da manoscritti. L’insieme del fondo rappresenta la maggiore testimonianza dello sviluppo della scienza nella Toscana post-Galileiana. Le carte della famiglia Targioni sono il frutto delle attività professionali e dagli interessi scientifici dei suoi componenti: Giovanni, Ottaviano, Antonio, medici, naturalisti, chimici. Nella Toscana che sviluppa fra 700 e 800 un forte legame fra cultura e istituzioni, i Targioni Tozzetti ricoprono da una generazione all’altra importanti cariche pubbliche in qualità di archiatri, direttori di biblioteca, direttori dell’orto botanico, professori nello studio fiorentino. Dalla omogeneità degli interessi familiari, spiccano le peculiarità dei singoli membri, primo fra tutti in ordine di importanza Giovanni (1712-1783), le cui carte riflettono i molti interessi e le molteplici mansioni di medico, di direttore dell’orto botanico, di ufficiale sanitario. Il figlio Ottaviano (1755-1829) fu fisico presso l’Ospedale di Santa Maria Nova, membro dell’ Accademia dei Georgofili, direttore dell’orto botanico. Il nipote Antonio (1785-1856) rivestì le cattedre di chimica, botanica e medicina. Adolfo (1823-1902) fu zoologo e fondatore della Stazione di entomologia agraria in Firenze.
All’interno dell’ingente corpus di manoscritti si trovano carte dei Targioni Tozzetti, ma anche di altri personaggi loro vicini a vario titolo; gli scritti botanici di Pier Antonio Micheli, maestro di Giovanni, i manoscritti di Agostino del Riccio e di altri scienziati fiorentini. Accanto al prevalente materiale scientifico sono presenti nel fondo anche le tante testimonianze del vasto orizzonte della poliedrica cultura dell’epoca, come opuscoli di storia letteraria, memorie di viaggi, raccolte di rime e autografi di uomini illustri di vari paesi ed epoche. Notevole l’immenso carteggio, soprattutto quello di Ottaviano, che testimonia lo strettissimo legame fra i Targioni e gli scienziati di tutta Italia e d’Europa.