La Biblioteca Mediceo Palatina Lotaringia

di Paola Pirolo

Uno dei motivi che rendono così importanti le raccolte della Biblioteca Nazionale, per la conservazione e per la testimonianza del patrimonio della cultura scritta è costituito probabilmente dagli intrecci che nel corso dei secoli si sono creati fra coloro che hanno costituito questi nuclei librari – all’interno di un tessuto politico e civile che ne ha reso possibile lo sviluppo – e la crescita delle grandi biblioteche di manoscritti e successivamente di volumi a stampa. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze convivono infatti, accanto alla originale Libreria pubblica magliabechiana, una serie di fondi (di provenienze pubblica e privata: la Biblioteca Palatina e i Fondi provenienti dalla soppressioni conventuali da un lato, dall’altro le biblioteche private delle famiglie nobili della città sopravvissute con le loro peculiarità all’interno di una realtà più grande) il cui interagire ha portato alla creazione della Biblioteca nazionale.

La prima Biblioteca Palatina costituisce un esempio di quanto detto. I Medici, infatti, dopo la costituzione della Biblioteca Laurenziana, avevano, negli anni, provveduto alle esigenze culturali e formative della corte, continuando a raccogliere manoscritti e libri, incrementati poi dai lasciti del cardinale Leopoldo protettore delle lettere e delle scienze e fondatore dell’Accademia del Cimento (la cui biblioteca confluirà nella Magliabechiana alla fine della dinastia dei Lorena) e successivamente dalla biblioteca del granduca Cosimo III, che ne aveva affidato la sistemazione e la cura ad Antonio Magliabechi.

Questi, spinto da una, veramente, insaziabile ricerca di accumulazione bibliografica, provvide, sia pure con fini e mezzi diversi, all’arricchimento parallelo delle due biblioteche, che divennero quindi l’una complementare dell’altra.

Busto del granduca Francesco II (Francesco Stefano di Lorena)

Prima della morte di Magliabechi furono unite alla Palatina (cioè alla biblioteca del palazzo) le raccolte del cardinale Francesco Maria e del principe Ferdinando, che la resero sempre più degna dell’apprezzamento del grande erudito Bernard de Montfaucon che l’aveva visitata durante il suo soggiorno a Firenze. Estintasi la dinastia Medicea e morto il Magliabechi, la Biblioteca passò – con tutto il resto del patrimonio fiorentino – ai Lorena, nuovi granduchi di Toscana, secondo le modalità di tutela volute dalla Elettrice Palatina, ultima esponente della famiglia Medici.
Francesco Stefano, pur non avendo quasi mai abitato nel Granducato, mantenne l’interesse dei precedenti granduchi per il patrimonio culturale della città. Cominciò portando a Firenze la propria personale raccolta libraria e sovvenendo con continuità le Biblioteche Magliabechiana e Marucelliana, aperte al pubblico rispettivamente nel 1747 e nel 1752. Poco prima della sua morte, nel 1765, rese pubblica la sua biblioteca personale, ammettendo il pubblico a Palazzo Pitti. L’operazione ebbe però una scarsa risposta da parte dei fiorentini che, per ragioni diverse, non utilizzarono con continuità la biblioteca del palazzo. Il successore di Francesco Stefano, il figlio Pietro Leopoldo, per questo motivo e anche per la mancanza di spazio che si era creata nell’ala del palazzo dove era ubicata la biblioteca e destinata ad abitazione del principe, decise nel 1771 di riunire la Biblioteca Mediceo Palatina Lotaringia alla Magliabechiana. Alcuni codici, per la precisione 568, andarono alla Biblioteca Laurenziana, 139 alla Segreteria delle Riformazioni, 136 all’Accademia delle scienze filosofiche e 98 rimasero presso il Granduca.

Ritratto di Pierto Leopoldo
Ritratto di Pierto Leopoldo, Granduca di Toscana

Che l’operazione avesse la necessità di essere compiuta  velocemente per lasciare libere le stanze occupate è testimoniato da una lettera del direttore del Dipartimento delle finanze, Angelo Tavanti, al bibliotecario della Magliabechiana Giovanni Targioni Tozzetti. In essa si invita a evacuare “con tutta la sollecitudine la stanza del Palazzo dei Pitti” senza preoccuparsi di fare il catalogo del contenuto. Contemporaneamente dai documenti risulta con evidenza che la dotazione economica e lo spazio a disposizione della Magliabechiana erano pochi, anche se alla biblioteca erano state aggiunte alcune nuove stanze che dovevano ospitare la nuova raccolta – “i libri regi”-,  cinque stanze in fila, vicino alle raccolte dei manoscritti e ai libri a stampa di particolare pregio. Il Targioni si preoccupò di sistemare al meglio, con i pochi soldi che aveva a disposizione, i nuovi volumi, ricollocandoli in modo da recuperare per quanto possibile il vecchio ordinamento e quindi il vecchio catalogo, compilato dal sottobibliotecario della Palatina Gaspare Menabuoni . Il bibliotecario, con l’aiuto del sottobibliotecario Ferdinando Fossi, cominciò rapidamente l’esame del fondo per poter scegliere i duplicati,  preoccupandosi anche di conservarli se esemplari di particolare pregio sia per l’edizione che per la legatura o la decorazione. Per Targioni quindi il concetto di esemplare aveva già assunto il significato che ha acquistato nella moderna bibliologia: “sapendo di quanta importanza sia per gli studiosi , il trovar raccolto in una pubblica biblioteca il maggior numero che si possa di varie edizioni…”. In realtà egli, secondo le disposizioni granducali, dovette consegnare la maggior parte dei doppi alla Biblioteca dell’Università di Pisa o destinarli alla vendita, alienandoli con l’apposizione di un timbro MD (magliabechiani doppi) che ha costituito uno dei filoni di acquisto della attuale Biblioteca Nazionale. I primi libri ad arrivare agli Uffizi furono le 4725 opere a stampa della biblioteca Lotaringia, quindi le opere a stampa e i 588 manoscritti della Palatina Medicea, per un totale di 11942 opere a stampa e 588 manoscritti. Su richiesta di Targioni arrivò infine un ritratto di Pietro Leopoldo, da collocare nella prima stanza  “con sotto un’iscrizione allusiva alla sua munificenza a pro degli studiosi” (Fava 1935¹; Rotondi 1971; Mannelli Goggioli 1995).

Una parte dei benefici concessi dal granduca vennero meno nel 1783, quando la Magliabechiana dovette cedere alla Biblioteca Laurenziana i manoscritti palatini più antichi e il famoso codice musicale Squarcialupi, come risulta dal catalogo manoscritto conservato nella classe decima del fondo Magliabechiano, nel quale risultano segnati dalla lettera L i codici destinati alla Laurenziana. La Biblioteca in compenso si arricchì di un numero notevole di opere a stampa, fra cui molti incunaboli e cinquecentine, importanti sia per le edizioni, che per le legature provenienti dalla biblioteca Laurenziana.

Bibliografia:

Fava 1935¹

Domenico Fava, Due biblioteche auliche nella Nazionale centrale di Firenze, «Accademie e biblioteche d’Italia», 9, 1935, pp. 448-474.

Mannelli Goggioli 1995

Maria Mannelli Goggioli, La Biblioteca Palatina mediceo lotaringia ed il suo catalogo, «Culture del testo», I , 1995, 3, pp. 135-159.

Rotondi 1971

Clementina Rotondi, L’unione della Biblioteca medicea-palatina-lotaringica alla Magliabechiana (1771), <<Almanacco dei bibliotecari italiani>>, 1971, pp.126-132.