…Volta la carta: come cambia il restauro dopo l’alluvione

di Gisella Guasti

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Le coperte bagnate, distaccate dai volumi, stese ad asciugare
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Un libro che evidenzia i problemi dell’essiccazione nei forni

Visto con gli occhi di oggi ci sembra ovvio, quasi banale, il modo con cui il direttore e il personale della biblioteca affrontarono l’alluvione, un disastro senza paragoni sia come quantità che come condizione del materiale. Ma come Virgilio a Dante, di loro si potrebbe dire “Voi credete forse che siamo esperti d’esto loco; ma noi siam peregrin come voi siete”, e gli errori commessi, frutto dell’improvvisazione e della fretta, furono davvero poca cosa rispetto all’intuizione di concentrare gli sforzi nell’asciugatura dei volumi.
Di seguito a questo impegno massiccio, fu costituito il Laboratorio di restauro aggregatosi intorno alla volontà di salvare migliaia di volumi. Con regole del tutto diverse rispetto al passato, in cui il restauro era identificato con la legatura (BIBLIOTECA NAZIONALE 1881). In Biblioteca, dopo l’alluvione, esso fu improntato su una prassi che, nonostante la straordinaria tensione dell’emergenza che rendeva difficile anche il solo articolare il pensiero, nulla concesse all’improvvisazione, stabilì rigidi protocolli di intervento ed organizzò il recupero dei libri all’insegna della celerità, dell’efficacia dei risultati e della ricerca della coerenza storica nella progettazione delle nuove legature, che si orientò verso modelli sgombri da pretese stilistiche e attestati su criteri di funzionalità (CASAMASSIMA 1957), mai scissa tuttavia dalla tradizione ovvero: tracce sul volume, sue dimensioni, sua appartenenza ad un certo fondo.
Anche i cinque valori in cui furono divisi convenzionalmente i libri in relazione al loro anno di stampa, per stabilire con rapidità e correttezza le nuove confezioni, furono una scelta perfettamente coerente con questi principi fondanti. Tutti i libri alluvionati vennero fotografati, dotati ciascuno di una scheda di restauro descrittivo-prescrittiva, con un impianto analitico che ne guidava il percorso e che, una volta archiviata, rimaneva a documentare da una parte la veste del libro e, dall’altra, come verifica della stabilità di materiali e mezzi usati nel restauro; fu introdotto anche un sistema di tipo filologico, per il controllo dell’integrità del testo; vennero impiegati adesivi inediti come l’amido e le metilcellulose per rinsaldare ed incollare, l’idrossido di calcio per deacidificare le carte, la carta giapponese per il rattoppo delle pagine ed utilizzare metodologie di restauro “celeri” come l’imbrachettatura dei bifolii scempi; rimarcando, allo stesso tempo, come essenziale, l’uso di tecniche e prodotti compatibili, di prima qualità e reversibili, adattati alle esigenze proprie di quello che, in seguito, fu definito restauro di massa.
L’esperienza fiorentina costituì quindi lo spartiacque fra un restauro del libro di “bottega” ed il moderno restauro. Nel primo caso, la massima aspirazione era liberare le carte dalle macchie o ricucire un volume rotto, piegandosi alla comune, riduttiva considerazione del libro neppure annoverato fra le opere d’arte; nel secondo, qualunque libro fu considerato come un’unità fatta di componenti diverse nessuna delle quali poteva essere restaurata a sé, senza tener conto di tutte le altre (CROCETTI 1974) e ciascuna da conservare al più alto livello, senza indulgere in scale gerarchiche. Il volume da restaurare anche quando appariva insignificante o esteticamente brutto doveva comunque essere trattato come un unicum (CROCETTI-CAINS 1970) ovvero una insostituibile testimonianza della sua particolare storia. Questi assiomi “rivoluzionari”, già difficili da accettare e da mettere in pratica, erano anche gravati, nell’ambito dell’esperienza dell’alluvione, dal grande numero di unità colpite, una contingenza quest’ultima che avrebbe potuto attrarre verso interventi superficiali ed improvvisati che, sotto l’egida dell’emergenza, sarebbero stati giustificati dai più. La necessità di scucire e distaccare dai piatti migliaia di volumi fu colta invece come una stupefacente occasione di conoscenza delle componenti materiali del libro, del loro intrecciarsi e sovrapporsi, attraverso un esame di tipo filologico di separazione dell’originale dalle aggiunte, senza peraltro eliminare queste ultime.

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Volontari che spargono segatura sui volumi bagnati

E’ qui il passaggio per cui, inaspettatamente, da operazioni inevitabilmente distruttive al massimo grado, il restauro iniziò a Firenze un percorso verso interventi non invasivi e, ancora più oltre, verso la prevenzione dei danni dovuti alla cattiva manutenzione e alle emergenze, delle quali i piani di rischio sono diventati il cardine.
Infine, i limiti di quella esperienza: in primo luogo, uno spezzettamento delle operazioni di restauro dovuto ad una organizzazione del lavoro di tipo industriale in reparti distinti, utile per aggredire i grandi numeri ma a causa della quale, però, per molto tempo, la mano sinistra non seppe cosa facesse la destra cosicché la ricomposizione dell’oggetto finito, frutto, appunto, delle mani di molti, albergò solo nella testa di pochi; poi lo sgretolamento silenzioso e costante del nerbo ideologico del Centro di restauro fiorentino che, non essendo sopravvissuto nel tempo alle derive delle scartoffie ministeriali e agli effetti di una volontà politica non sempre sensibile e lungimirante, attende ancora tempi migliori e risorse appropriate per procedere nella realizzazione di quelli che sono i propri compiti istituzionali.

Bibliografia

BIBLIOTECA NAZIONALE FIRENZE 1881
Regolamento per il servizio della Biblioteca nazionale di Firenze (Minuta), Firenze, agosto 1881.
CASAMASSIMA 1957
EMANUELE CASAMASSIMA, Nota sul restauro delle legature, «Bollettino AIB», III, 1957, n. 1-2, p. 2.

CROCETTI 1974
LUIGI CROCETTI, Il restauro del libro come attività normale, «Antologia Vieusseux», IX, 1974, n. 3, p.7.

CROCETTI – CAINS 1970
LUIGI CROCETTI – ANTHONY CAINS, Un’esperienza di cooperazione, «Bollettino dell’Istituto di patologia del libro», XXIX, 1970, n. 1, p. 48.

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