L’alluvione in Biblioteca

di Libero Rossi

Dopo ogni guerra/ c’è chi deve ripulire (….) c’è chi deve spingere le macerie/
ai bordi delle strade/per far passare/ i carri pieni di cadaveri/(…)
C’è chi deve trascinare una trave/ per puntellare il muro,/
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra/ e montare la porta sui cardini/
Non è fotogenico/ e ci vogliono anni/Tutte le telecamere sono già partite/
per un’altra guerra (…)/Chi sapeva/ di che si trattava/
deve far posto a quelli che ne sanno poco/e meno di poco…

Wislawa Szymborska , La fine e l’inizio

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Primi tentativi di pulitura del materiale alluvionato da parte di volontari

Da quando, il 22 dicembre 1861, la Biblioteca del popolo di Firenze si svegliò Nazionale e così, ammantata di coccarde e bandiere tricolori, si ritrovò italiana, ne è passata di acqua sotto i ponti e, nel 1966, per rimanere nel tema, anche sopra i ponti, per via di quel fiume che da sempre la contermina e, come aggiungerebbe Galileo “…con le montuosità interiori, ed a riempire le traposte cavità si adatta”( Galilei 1718). Quasi come se biblioteca e fiume fossero due facce della Luna, Lei quella nascosta e Lui quella evidente e vieppiù decantata. E certo Lei, antica nella storia ma nuova nell’edificio, se la ricorda bene quella mattina del 4 novembre del 1966, quando il suo vicino diede di matto, quasi a voler essere, magari per una ma indimenticabile volta, il più grande fiume del mondo: fece scoppiare le fogne, scardinò le officine, riempì le case, distrusse gli affetti e diverse persone morirono. A Lei fece saltare il riscaldamento e la luce ma soprattutto la colpì nel profondo, accanendosi contro i suoi preziosi libri, insozzandoli, sprezzandoli e distruggendoli, cagionando strazio e desolazione degne di ben altre raffigurazioni. Quasi si fosse tornati ai tempi della guerra e della Resistenza, si rappresentò, come allora, l’orrore del disastro e lo slancio inarrestabile di un esercito di giovani “sbandati” (angeli del fango), diversi nello spirito, nell’abbigliamento e nella lingua, guidati con grazia, fermezza e carisma dal Comandante “Nello”, Emanuele Casamassima, il suo direttore, che ordina di armare la nave e vigila, senza abbandonarla neanche un giorno per tre mesi di fila, adattandosi a dormire lì, nella plancia, in un sacco a pelo, con la sola compagnia, a giorni alterni, di Alfiero Manetti, Giorgio de Gregori, Francesco Barberi e di una bottiglia di grappa. Con lui, il suo equipaggio: il silenzioso Vicecomandante (Luigi Crocetti), il Direttore di macchina (Ivaldo Baglioni) brusco e generoso, dalla voce tonante, il Nostromo (Alfiero Manetti) all’organizzazione dell’equipaggio, il medico (Claudio Galanti) incaricato delle vaccinazioni, i sottufficiali (Renzo Romanelli, Diego Maltese, Eugenia Levi, Fulvia Farfara, Carla Guiducci Bonanni, Clementina Rotondi) passati con naturalezza dalla scrivania alla ricostituzione delle raccolte e dei servizi. La stessa disinvoltura con cui Alberto Cotogni, Renzo Daddi, Omero Bardazzi si tramutano in cuochi e paninari per ristorare gli angeli o con cui i mozzi Fornaciai, Bertini, Corradi si occupano del controllo dei camion che trasportano i libri ad asciugare alle fornaci e poi i tanti altri – pure quelli che non vogliono capire l’intrapresa avviata che, comunque, partecipano alla risollevazione della Nazionale. Insomma un antesignano “Yes we can” (vero questa volta) da cui la Biblioteca comincia la lenta e dolorosa cura delle ferite, tante e fonde . Di fronte alla desolazione e alla sconfitta -nostra sì, anche della faccia, ormai cattiva, della Luna- il Comandante “Nello” non si arrende: raduna alcuni tra i migliori intellettuali e ne forma un Comitato, quindi col suo giovane, improvvisato equipaggio, fa salpare la nave. Si impegnano senza tregua e si arrabattano in ogni modo, alla ricerca di disponibilità finanziarie e collaborazioni; ne trovano un po’ ovunque: inglesi, americane, francesi, australiane, cecoslovacche… e sì, anche italiane, benché talvolta un po’ ingenue e superficiali (qualcuno, ad esempio, è convinto che la segatura e il talco siano adatti ad asciugare le carte mentre qualche altro, per essiccare i libri preda delle muffe incombenti, cerca forni di varia foggia e tipo senza andare per il sottile, così i cuoi si cuociono, le pergamene si denaturano, le carte si deformano). A marzo del 1967, si riaprono la sale Manoscritti e Rinascimento, la BNI

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Tony Cains mentre cuce un libro della BNCF (1968)

inizia a pubblicare di nuovo e, subito dopo, il Capo e il Vicecomandante con i direttori in seconda inglesi, Peter Waters e Tony Cains fann allestire un laboratorio di restauro, grande come grande era stato il danno subito, mentre il Nostromo recluta la “forza lavoro”: volontari pagati dal CRIA (Committee to Rescue Italian Art), così come i tecnici stranieri ed altri assunti dalla Cooperativa LAT, retribuiti con fondi ordinari dello stato. Addirittura, il direttore e, con lui, l’economo, Alfonso Bonanni, rischiano l’accusa di distrazione di fondi, con ben 3 ispezioni del Ministero, perché usano le risorse che la Biblioteca aveva a disposizione per il funzionamento: cancelleria, luce, fotocopie, per far mangiare un panino ai giovani e farli vaccinare. libero 2Contemporaneamente, per far riaprire alla fine questa “benedetta biblioteca”, si opera anche su altri fronti: si puliscono e si riproducono le schede del catalogo, che sono poi gli inventari di casa, si accomodano le suppellettili, si sostituiscono gli scaffali e si reintegrano, dove possibile, i libri perduti attraverso i doni di altri istituti Che tempi, che caos… e che vita!. Infine, l’8 gennaio 1968, “Nello” si sveste degli abiti del Comandante, inforca le lenti del Direttore e, dopo un brevissimo resoconto del lavoro svolto e di quello da fare, riapre la Biblioteca, marcando così, in un certo qual modo, la cesura fra i tempi eroici (eroici sì, anche se il termine pecca di retorica, per l’idealismo e lo spirito di solidarietà che li hanno pervasi) e il dopo. Lungo e molto amaro.

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