Firenze e l’ alluvione

di Erasmo D’Angelis

“Arrivai alla biblioteca attorno alle 5 del pomeriggio e guardai intorno all’area alluvionata. Non c’era elettricità ed era stata messa una grossa quantità di candele per avere la luce necessaria a salvare i libri. C’era un freddo terribile; vidi gli studenti nell’acqua fino alla cintura. Avevano formato una fila per passare tra i libri così potevano recuperarli dall’acqua e quindi portarli in una zona più sicura per poterci mettere qualcosa che li proteggesse. In ogni punto della grande sala di lettura c’erano centinaia e centinaia di giovani che si erano riuniti per aiutare. Era come se sapessero che l’alluvione della biblioteca stava mettendo a rischio la loro anima…Non lo dimenticherò mai”.
Edward M.Kennedy fu uno dei testimoni della prima alluvione mediatica che commosse e mobilitò il mondo. Era la notte del 4 novembre 1966, quando l’Arno balzò su Firenze e le altre città, provocando 39 morti, allagando strade e piazze, case e cantine, parchi e musei, biblioteche e chiese. Un impasto liquido e melmoso scorreva a velocità pazzesca. Era l’alluvione mai vista, provocata da una condizione climatica eccezionale nell’eccezionale incapacità dello Stato di prevederla e gestire i soccorsi.
Eppure, dai comandi militari fiorentini, fin dall’alba del 3 novembre, telefonate e fonogrammi tentavano di allertare Ministeri e Stato Maggiore. Inutilmente. Fiumi e torrenti tracimavano, ma l’Italia di allora era senza difese e l’Arno non era nemmeno classificato a rischio idraulico, anche se dal 1177 aveva inondato 180 volte la città, 56 volte devastandola. Nessuna autorità locale sospettava di essere alla vigilia di una alluvione che sarebbe entrata nella storia. I radioamatori però trasmettevano drammatici SOS da Montevarchi, Figline, Incisa, Rignano, Reggello, Pontassieve dove intere famiglie erano salite sui tetti dei casolari e il torrente Resco aveva travolto case trascinando 7 morti e la desolazione e l’isolamento erano totali. L’Autosole era allagata così come la ferrovia.
Roma continuava a sottovalutare, però a mezzanotte l’Arno si portò via come un fuscello il leggendario ponte sospeso dell’Anchetta, alle Sieci, e al buio dalle spallette dei Lungarni il fiume si sfiorava con le mani. Che fare? Prevalse la scelta di aspettare. Dare l’allarme avrebbe causato la fuga in massa di fiorentini e turisti, in autobus, auto o a piedi, col rischio di rimanere intrappolati nella piena. Questa prudenza, ma sarebbe meglio definirla incapacità di qualsiasi previsione, alla fine salverà molte vite umane insieme alla fortuna del 4 novembre di festa. Ma l’acqua traboccò dalle fognature di piazza Mentana con getti alti un metro. Alle 2 ruppe gli argini il Mugnone e allagò le Cascine uccidendo 70 purosangue dell’ippodromo e tutti gli animali dello zoo. Mezz’ora e l’Arno invase Varlungo e San Salvi e poi tutta Gavinana destinata a restare isolata per tre giorni. Il fiume penetrò a Santa Croce e San Niccolò, a Brozzi e San Donnino, a Santo Spirito e San Frediano, nei nuovi quartieri dell’Isolotto e San Bartolo a Cintoia. Una notte da incubo.
Alle 07.26 gli orologi elettrici si fermarono mentre il portone della Biblioteca Nazionale veniva spalancato dalla furia dell’acqua. Firenze era isolata dal mondo, attraversata dal fiume impazzito che trasportava tronchi, bidoni, carcasse di animali, auto e motorini, semafori e panchine. Le caserme erano allagate. Gli ospedali in situazioni disperate e la velocità di salita del livello del fiume era impressionante. Alle 11 fu la BBC da Londra a lanciare la drammatica notizia: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme: Firenze”. Anche le reti televisive degli Stati Uniti trasmettevano immagini riprese da un elicottero decollato da Camp Darby. L’Italia era all’oscuro dei danni incalcolabili. In città tutti i servizi pubblici erano fuori uso, dai telefoni al gas all’acquedotto, 6.000 negozi distrutti, oltre 70.000 famiglie senza casa, 20.000 automobili nell’acqua e nel fango, migliaia di officine, fabbriche, laboratori, botteghe allagati. In quell’alba del giorno dopo, il sindaco Bargellini da Palazzo Vecchio si appellò al mondo, mentre nel Cenacolo di Santa Croce, melma e nafta attaccavano il crocifisso di Cimabue, l’opera simbolo universale della tragedia.
Cresceva la rabbia e l’avvertì il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, che arrivò a Firenze prima dei soccorsi e a bordo di un gippone girò per la città devastata. L’indignazione degli alluvionati si fece sentire con qualche fischio. Alla Biblioteca Nazionale, il direttore Emanuele Casamassima con un gesto stizzito gridò: “Presidente, ci lasci lavorare”. Anche le proteste accelerarono i soccorsi. Ma il cuore della solidarietà iniziò a battere alla Biblioteca Nazionale dove era iniziata una corsa contro il tempo per salvare un milione e trecentomila tra libri antichi, raccolte di carte geografiche e topografiche, giornali e manifesti, miscellanee e opere moderne. C’era bisogno di lunghe catene umane in grado di resistere giorno e notte. E in quelle ore, dall’Italia e da molti paesi del mondo, migliaia di giovani si misero in viaggio per partecipare alla più grande operazione di salvataggio di un patrimonio storico.

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Volontari mentre spalano il fango. Archivio Scout Firenze

Arrivarono in città alla spicciolata, da soli o a gruppi, in maniera del tutto spontanea, con zaini e automobili riempiti all’inverosimile per essere autosufficienti, con i pullman organizzati dalle scuole e dai tanti comuni e poi con le autocolonne militari. Parlavano dialetti regionali, inglese, francese, spagnolo, tedesco, arabo. Avevano i capelli lunghi e le barbe contestatrici, chitarre e badili, scorte di medicinali, viveri. Lavorarono nell’acqua puzzolente di nafta e deiezioni, a rischio di epidemie e infezioni e riuscirono nell’impresa. C’era chi li guardava con una certa diffidenza e, per l’Italia bacchettona, erano solo ‘capelloni’. Fu lo scrittore giornalista Giuseppe Grazzini a spiegare al mondo che invece erano angeli, gli angeli del fango.