Emanuele Casamassima

di Carla Guiducci Bonanni

Era già l’uomo più alto (e, forse, il più bello) della Biblioteca, ma la mattina del 6 novembre 1966 quando riuscimmo ad entrare nell’edificio, all’improvviso, tra le rovine maleodoranti, scorgendolo, mi sembrò ancora più imponente, con la sua eterna giacca di velluto marrone e gli stivali di gomma mentre, senza esitazione alcuna, indicava alla massa di persone che gli si agitava intorno, cosa ognuno dovesse fare.
Anche “in tempi normali”, avevo avuto la fortuna di lavorare con Emanuele Casamassima e di trovare sempre la risposta a qualunque problema si presentasse sul lavoro ma era, appunto, un’ attività normale, da bibliotecario. Quella mattina il direttore stava già “salvando” la Nazionale, con la stessa chiarezza, semplicità e decisione con cui aveva sempre svolto il proprio lavoro; accanto a lui, era presente Giorgio De Gregori, precipitatosi da Roma per la Nazionale ma anche per aiutare, con la sua preziosa presenza e praticità, l’amico di sempre. Niente era fatto a caso, niente doveva minimamente danneggiare il patrimonio; per questo tutti gli aiuti pervenuti in Biblioteca dall’estero e dall’Italia stessa, la generosa presenza di molti professori, in particolare dell’Università di Firenze, furono da Casamassima cortesemente ma fermamente “inquadrati” dove, con certezza, potevano essere utili all’immediato recupero del materiale alluvionato.
Ricordo l’aspra battaglia, anche sulla stampa, per le teorie di immediata conservazione; fu molto criticata la scelta di inviare i volumi estratti dalla melma, in tutti i possibili essiccatoi e forni, per essere asciugati. All’epoca, un’altra teoria sosteneva l’utilità di mantenere la carta umida, così come era stata raccolta e, in tali condizioni, di nuovo immagazzinata, fino al momento del possibile restauro. I fatti, ancora una volta, hanno dato ragione all’intuizione di Casamassima: il patrimonio della Nazionale è totalmente restituito alla fruizione mentre i volumi diversamente trattati, purtroppo, hanno sviluppato violenti attacchi microbiologici, che ne hanno reso estremamente problematico il recupero.
Un’altra importante lezione di vita che Casamassima ha lasciato a tutti noi, si realizzò nel momento in cui, di fronte al disastro del 4 novembre, scelse a dirigere personale, volontari e mezzi , gli impiegati da lui ritenuti realmente capaci di concretezza operativa, prescindendo dalla loro posizione di carriera. Come era prevedibile, questa decisione non piacque molto alle autorità preposte del Ministero ed anche a qualche “collega” inamidato ma la maggior parte di noi, senza esitazione, si pose a disposizione di chi Casamassima aveva individuato, con l’unico, preciso interesse del recupero e della ricostruzione della Nazionale. E così, solo due anni dopo, la Biblioteca riaprì al pubblico, pur con tutte le necessarie limitazioni; inoltre, riprese la pubblicazione della Bibliografia nazionale ed il trattamento catalografico del nuovo materiale.

Emanuele Casamassima, che diresse la Biblioteca dal 1965 al 1970 durante una visita ai laboratori di restauro
Emanuele Casamassima, che diresse la Biblioteca dal 1965 al 1970 durante una visita ai laboratori di restauro

Grazie alla sua volontà, sono nati anche i laboratori di restauro e oggi possiamo con orgoglio,dire che, dal disastro dell’alluvione, è nata anche una nuova, concreta tecnica di recupero ben più efficace e conservativa di quanto fatto fino ad allora. Parlando del restauro, mi piace ricordare un episodio quantomeno “curioso”. Al rientro del materiale asciugato, Casamassima aveva mandato me e Renzo Daddi a riceverlo, a Forte Belvedere, per ricomporre i fondi, anche se sommariamente. In una delle sue frequenti visite a Forte Belvedere, il direttore arrivò mentre, con un gruppo di volontari, staccavamo accuratamente le coperte danneggiate dai volumi essiccati senza nessuna intenzione di conservarle ovvero mentre le gettavamo in un mucchio; sorridendo, si congratulò con noi per la felice intuizione di staccare la coperta dal libro nell’intento…di conservarla con la relativa segnatura ai fini di recuperare l’opera in toto. Ricordo ancora il volo “interrotto” della coperta che avevo in mano e l’espressione pietrificata dei presenti che, immediatamente, iniziarono a trattare le coperte in modo analogo ai volumi, cercando anche di recuperare, dalle montagne di materiale già accatastato, quanto era possibile.
Il restauro nasce anche così, insegnando con naturalezza che ogni parte del volume che stai trattando è essenziale ed ha una sua storia individuale. Al rientro da Forte Belvedere, Casamassima mi assegnò ai laboratori di restauro forse ricordando la mia vecchia laurea in matematica e fisica ma sicuramente contando sull’assoluta fiducia che io avevo sempre dimostrato nel suo operato. Col senno di poi, quella fu una svolta fondamentale nell’interpretare il mio lavoro in Biblioteca. Il contatto sia lavorativo che umano con gli operatori del restauro mi ha insegnato molto, togliendo quella “astrazione operativa” che altri settori della biblioteca possono indurre.
Quanto ho ora ricordato, collegato alla mia personale esperienza, non è stato un fatto isolato; tutti i colleghi della Nazionale si sono formati o”trasformati” accanto all’intelligente, gentile e competente guida di Emanuele Casamassima. Per questo, la figura di questo direttore è stata essenziale per la Nazionale; certamente, senza di lui, non avremmo recuperato la Biblioteca nelle sue attività e nei suoi servizi e non si sarebbe formato un’intera generazione di bibliotecari.