Le leggi razziali, la guerra e il loro impatto sulla Biblioteca Nazionale

di Antonio Giardullo

Il periodo che va dall’inaugurazione della nuova sede di piazza Cavalleggeri fino al dopoguerra vede l’intrecciarsi di diversi avvenimenti che interesseranno il personale della Biblioteca, gli stessi utenti e persino i libri e i cataloghi. Il fascismo è al potere e, già dal 1933, fra i requisiti per l’ammissione agli impieghi pubblici viene inclusa l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista, che anche i direttori più restii sono costretti a fare. Gli anni 1936-1947 vedono l’avvicendarsi in Biblioteca di ben quattro Direzioni: in certi casi per volere del Regime, in altri per circostanze insolite. Il prefetto Domenico Fava, nonostante il solerte e meticoloso trasloco del materiale librario dagli Uffizi a Piazza Cavalleggeri, andò incontro ad uno spiacevole episodio nel giorno dell’inaugurazione e fu per questo “declassato” a dirigere la Biblioteca Universitaria di Bologna. . Le cronache riportano infatti che Vittorio Emanuele III, per svista protocollare, attribuita evidentemente alla lacunosa organizzazione dell’evento, entrò nell’edificio da una porta laterale creando imbarazzo alle autorità che lo aspettavano sulla gradinata prospiciente l’Arno. Inoltre un gerarca fascista si lamentò della scivolosità del pavimento di marmo lavato, ma non perfettamente asciugato.
A sostituirlo fu chiamata nel giugno del 1936 Anita Mondolfo, ebrea, parente di Rodolfo Mondolfo, intellettuale socialista inviso al fascismo; quasi subito la Polizia Politica raccolse un dossier contro di lei, frugando nella sua posta, fra la corrispondenza con Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Edmondo Cioni e Gaetano Pieraccini. In realtà si trattava in prevalenza di informazioni bibliografiche, ma l’ottusa visione dei delatori fascisti bollò la Mondolfo come “oppositore del regime” e la fece trasferire alla Biblioteca Universitaria di Padova. Anita Mondolfo era però una donna di forte personalità e di grande tenacia e si oppose a tale decisione fidando anche sull’influente amicizia del senatore Giovanni Gentile, con il quale collaborava all’ Enciclopedia Italiana.
Ma una scure ancora più pesante si accanì sulla testa della direttrice con le disposizioni del RDL 1728 del 17 novembre 1938 (convertito nella legge n. 274 del 5.1.1939) che portarono alla sua destituzione; l’art. 13 di quella norma, infatti, falcidiò tutte le amministrazioni civili e militari dello Stato giacché esse non potevano “avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica”. L’elenco dei radiati dalle biblioteche italiane è tragicamente lungo ed in molti casi vicende con risvolti drammatici interessarono anche autori, editori, studiosi e studenti ebrei, ai quali fu vietato l’uso delle biblioteche pubbliche, in base a disposizioni emanate dal ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, con una circolare del 15 marzo 1942, che escludevano gli ebrei, oltre che dalle sale di lettura, anche dall’accesso ai cataloghi e dal prestito. Insieme al personale e ai lettori, anche i libri vengono epurati: una circolare del Ministero dell’educazione nazionale del 7 maggio 1942 contiene un primo elenco di opere ‘non gradite’, che, in Nazionale, come in tutti gli altri Istituti saranno escluse da lettura e prestito e segnalate snel catalogo con la sigla “Lib.sg.” (libro sgradito) (DI BENEDETTO 1994).
Anche Laura Luzzatto Coen, moglie del musicista Luigi Dallapiccola, funzionaria della BNCF, fu allontanata dalla Biblioteca e in seguito costretta a nascondersi nell’appartamento di un amico a Fiesole. Anita Mondolfo subì anche il carcere perché considerata “ebrea antifascista” e “capace di turbare l’ordine pubblico”. Nuovamente Gentile intervenne per tramutare il carcere in internamento, a Montemurro, in provincia di Potenza e, infine, riuscì ad ottenere per la sua pupilla una sorta di arresti domiciliari a Senigallia, città natale della Mondolfo.
A dirigere la Biblioteca, ancor prima dell’entrata in vigore delle leggi razziali, nell’agosto del 1937, fu inviato il conte Antonio Boselli, il quale nel 1940 dovette occuparsi della salvaguardia del materiale librario raro e di pregio dal momento che il Ministero paventava incursioni aeree sul territorio. I cosiddetti “piani di protezione” avevano già mostrato la loro utilità durante la Grande Guerra e, fin dai tempi della guerra in Africa, il Governo aveva deciso di prestare attenzione, con alcune circolari, alla tutela delle raccolte bibliotecarie. L’incarico di coordinamento era affidato ai soprintendenti regionali e, all’epoca, in Toscana, il direttore della BNCF assumeva anche l’incarico di soprintendente regionale. Con l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno del 1940, le disposizioni riguardanti il ricovero e la tutela del patrimonio librario si fecero più pressanti e, in quella stessa estate, 1.173 casse, con i tesori della Nazionale e delle altre biblioteche fiorentine, nonché della “Governativa” di Lucca e della Universitaria di Pisa, presero la strada della Valdelsa per occupare le ampie sale della Badia di Passignano, a circa 30 km da Firenze. Nell’agosto del 1942 Antonio Boselli fu collocato in aspettativa a causa della sua cagionevole salute, ma già da maggio del 1941, la gestione dell’Isituto era stata affidata al funzionario di grado più elevato nella BNCF, la “facente funzioni” Anna Saitta Revignas.
Il biennio 1943-44 fu denso di avvenimenti per la biblioteca. L’occupazione tedesca della città, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia ed il 25 luglio, aveva creato panico e ancor di più ne creò l’annuncio dell’armistizio. La guerra a quel punto interessava e coinvolgeva tutto il territorio italiano, ma il Comando tedesco sembrava voler concedere a Firenze la condizione giuridica di “città aperta”. In tal caso i sottosuoli dell’edificio di Piazza Cavalleggeri sarebbero stati più sicuri del rifugio di Passignano, allora la Saitta Revignas pensò bene di far ritrasportare il materiale bibliografico dalla Valdelsa a Firenze. A seguito di episodi di resistenza e boicottaggio e delle notizie di collegamento e di aiuto tra forze americane e rappresentanti della Resistenza fiorentina, però, le autorità tedesche cambiarono d’avviso e decisero di minare tutti i ponti, tranne il Ponte Vecchio, creando, però, intorno ad esso molte macerie per evitarne l’attraversamento e per avere più tempo per attestare le truppe sulla famosa Linea Gotica. Per attuare tale progetto la Wehrmacht voleva far crollare anche la torre circolare che ospita la tribuna galileiana e dantesca con parte della biblioteca circostante; la risolutezza della Saitta Revignas, che parlava correntemente il tedesco, e la sua appassionata difesa dell’istituto evitarono questa sciagura. Così nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1944 le mine tedesche distrussero effettivamente i ponti sull’Arno ed il Comando tedesco, che si preparava alla “Battaglia di Firenze”, ordinò a tutti gli abitanti del rione di Santa Croce di allontanarsi dalle loro abitazioni. L’ordine fu rivolto anche alla direttrice che, però, restò al suo posto per avere il controllo diretto delle raccolte. La mattina del 7 agosto i tedeschi fecero irruzione nella biblioteca e si meravigliarono di trovare ancora lì la direttrice ed un custode che si affannavano a riparare i danni che lo spostamento d’aria degli scoppi degli ordigni aveva provocato. Anna Saitta Revignas fu sottoposta ad un serrato interrogatorio, venne duramente rimproverata e messa di fronte alle possibili conseguenze del suo comportamento fino ad essere portata via con la forza dalla biblioteca. Ma non si allontanò di molto. Chiese ospitalità ai frati francescani del vicino convento di Santa Croce e restò in attesa degli eventi. Dalla sua relazione al Ministero si ricava che i tedeschi usarono gli ampi finestroni delle Sale di Consultazione e le edicole delle statue di Dante e Galilei come nidi di mitragliatrici, spararono, per svago, all’orologio della sala di lettura e arrostirono salsicce nella Sala galileiana. Non appena le truppe tedesche furono costrette a lasciare il centro storico della città, la mattina dell’11 agosto, Anna Saitta Revignas tornò in biblioteca per ispezionare e controllare gli angoli più reconditi dell’edificio e nei sottosuoli si accorse della manomissione di due casse che erano state rovesciate e aperte, con fogli sparsi sul pavimento; freneticamente constatò che non vi erano mancanze ed, in cuor suo, si rallegrò dell’ignoranza del soldato che non aveva riconosciuto le carte foscoliane racchiuse in quelle casse.
Man mano che il fronte si allontanava dalla città gli impiegati fecero rientro e il 1° settembre fu riaperto qualche servizio nelle ore antimeridiane, mentre la Marucelliana apriva la sua sala nel pomeriggio. Con l’insediamento del Governo alleato e con l’aiuto dello Psychological Warfare Branch riprese pian piano la normalità e con essa anche il reintegro di quanti erano stati radiati dai ruoli ministeriali a seguito delle leggi razziali. Si propose, quindi, il dilemma se affidare nuovamente la direzione ad Anita Mondolfo o, per lo stesso ruolo, premiare l’abnegazione e l’impegno di Anna Saitta Revignas. Il Ministero decise, con imbarazzo, per la Mondolfo, che riprese così il suo posto dopo otto anni di assenza, e relegò la Saitta Revignas a ruoli secondari, che tenne con diligenza e prestigio fino al 1970.
Il 1° maggio del 1953 Anita Mondolfo fu collocata a riposo, ma non lasciò il suo posto perché nel frattempo aveva invocato una proroga per il recupero del periodo durante il quale era stata esclusa dal ruolo; tuttavia il Ministero aveva già assegnato l’incarico ad Irma Merolle Tondi e per un breve tempo la Nazionale ebbe due direttori fino a quandola Mondolfo fu designata a rivestire l’incarico di ispettore generale bibliografico con la concessione di lavorare a Firenze.
La BNCF non ha dimenticato la passione ed il sacrificio di Anna Saitta Revignas ed ha affidato ad una targa in bronzo questa testimonianza: “Nel 1944/Anna Saitta Revignas/Direttrice di questa Biblioteca/e Soprintendente per la Toscana/salvò da distruzione di guerra/con rischio della vita/le raccolte della Nazionale/e di altre Biblioteche della Regione/qui riunite”.

Bibliografia

DI BENEDETTO 1994
CLAUDIO DI BENEDETTO, Cataloghi di razza, in Il linguaggio della biblioteca. Scritti in onore di Diego Maltese, raccolti da Mauro Guerrini, Firenze, Regione Toscana, Giunta regionale, 1994.

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